La Lavandaia

 


Le ginocchia affondavano nel cuscino di paglia foderato di juta, ma il freddo della pietra passava comunque, come un ago che cercava l’osso. La lavandaia non alzava lo sguardo. Per lei, il mondo intero era racchiuso in quel rettangolo di acqua corrente e nel perimetro di una camicia di lino che sembrava non voler cedere al candore.

​Il rito era iniziato ore prima, nel buio della cucina, con la liscivia. Lei versava l’acqua bollente sopra il tino coperto dal cenerazzo, un panno robusto che tratteneva la cenere di legna. Quel liquido filtrato, povero e potente, era l’anima della pulizia, un’alchimia di fuoco e residui che scioglieva il grasso del lavoro e il sudore della fatica.

​Ora, sulla sponda del fiume, il lavoro si faceva fisico, quasi estenuante.

Il tessuto ora imbevuto d’acqua, diventava un nemico da domare. Pesava come piombo. Il sapone d'olio, scuro e profumato di resina, veniva passato con le nocche dolenti delle dita che sembravano ormai radici d’ulivo. Sbam. Sbam. La pietra rispondeva al colpo del panno ripiegato. Ogni battuta era un esorcismo contro la miseria, un modo per raddrizzare le pieghe di una vita storta.

​Intorno a lei, le altre donne erano ombre chinate, unite dallo stesso ritmo. Non c’erano canti, quel mattino. Solo il respiro affannoso e il gorgoglio dell'acqua che portava via il sapone in scie lattiginose.

​La lavandaia guardava le proprie mani. Erano rosse come braci, la pelle lucida e sottile per l’eccesso di acqua e soda. Eppure, in quella tortura quotidiana, provava una strana fierezza. Lavare i panni degli altri significava conoscere i loro corpi senza averli mai toccati. Sapeva chi stava male dal colore delle macchie sulle lenzuola , chi era caduto in povertà dal numero di rattoppi sui polsini, chi era innamorato dal profumo residuo di un fiore secco dimenticato in una tasca.

​"L'acqua non dimentica," pensava, "ma perdona tutto."

​Quando finalmente il sole scalzò la nebbia, arrivò il momento della stesa. I prati si coprivano di enormi vele bianche, distese sull'erba pulita perché il sole finisse l'opera, mangiandosi le ultime tracce di ombra.

Si alzò a fatica, la schiena che scricchiolava come un ramo secco. Si asciugò la fronte con l'avambraccio, l'unica parte del corpo rimasta asciutta. Guardò quel campo di neve improvvisa nel bel mezzo della bella stagione. In quel momento, l'odore del pulito, quel misto di aria, sole e fatica, era l'unico profumo che contava. Ordine restituito al caos, la purezza strappata al fango. Domani i panni si sarebbero sporcati di nuovo, ma per un pomeriggio, il mondo sarebbe stato immacolato. E lei, con le sue mani bruciate, ne era stata l'artefice.


La casetta in campagna

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