Io spero ridiventi un'abitudine
Dopo cena, quando l’aria si faceva più fresca, le sedie apparivano una dopo l’altra lungo la strada, già lì, pronte senza bisogno di essere sistemate.
Le donne conversavano a bassa voce, ma senza interruzione; gli uomini si fermavano, si sedevano e commentavano il lavoro, il tempo, le novità arrivate da qualcuno. Gli anziani restavano più a lungo, con lo sguardo fisso su quello che succedeva davanti. I bambini giocavano poco distante, e da quei seggiolini si vedeva tutto: chi rientrava a piedi, chi passava in bicicletta, le luci che si accendevano una dopo l’altra, i saluti che si ripetevano ogni sera, ma non erano mai esattamente gli stessi.
Non servivano appuntamenti né inviti: bastava esserci. La strada diventava uno spazio condiviso, senza orari, e il ritmo della giornata si allentava. Le conversazioni non avevano un inizio preciso né una fine: si parlava, ci si stava in silenzio, si osservava — tutto insieme.
Poi, piano piano, le sedie sono rientrate, le porte si sono chiuse prima, le luci restano accese ma dietro le finestre e le voci si sentono di meno. Le strade ci sono ancora, ma non sono più piene come una volta.
Eppure, soprattutto d’estate, in qualche paese succede ancora: una sedia fuori, un’altra che segue, qualcuno che si ferma, qualcun altro che si aggiunge. Senza che nessuno lo annunci, la scena riprende il suo corso, ricordandoci che a volte basta un semplice gesto per riportare indietro il tempo e ritrovare il sapore delle cose condivise.

Nella mia contra', con la bella stagione, tutte le sere stiamo fuori in compagnia ed è veramente rigenerante! Lucia
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