La titubanza
Ci sono momenti in cui possiamo vedere con una chiarezza spietata tutta la nostra storia, riconosciamo le ferite, individuiamo le origini, comprendiamo perfettamente le dinamiche che ci bloccano. Abbiamo capito tutto. Eppure restiamo fermi. È come se la testa corresse avanti e il resto di noi rimanesse indietro, paralizzato.
La verità è che possiamo capire col pensiero, ma è il corpo che decide. Dentro portiamo memorie che non parlano la lingua della logica: antichi “stai fermo”, “non rischiare”, “non perdere ciò che hai”. Sono impronte profonde, registrate prima ancora di sapere chi eravamo. E così, anche quando la mente ci dice con lucidità che una cosa non va più bene per noi, il corpo si stringe, trattiene il fiato e ci sussurra: “Aspetta. Pericolo.” E quel sussurro pesa più di cento ragionamenti.
Il nostro sistema interno fa quello che ha sempre fatto, ci protegge. Solo che non distingue il passato dal presente. Non capisce che oggi siamo adulti.
Per lui i cambiamenti sono ancora minacce, come se potessero spezzarci, distruggerci. E allora attiva quelle vecchie strategie, rinviamo, restiamo dove non stiamo bene, ci sovraccarichiamo per non sentire.
Non è da immaginare come mancanza di volontà o vigliaccheria, per il nostro sistema interno è sopravvivenza.
Dentro di noi non c’è un unico “io”: ci sono parti diverse, voci diverse, un intero “condominio interno” (come lo chiamo io in terapia) che tenta di mettersi d’accordo. Una parte vuole andare avanti, un’altra invece ha paura, un’altra ancora magari è stanca, un’altra chiede di non rischiare. E muoversi diventa difficile quando non siamo tutti nello stesso passo.
Il cambiamento non arriva quando capiamo, arriva quando qualcosa dentro di noi finalmente si allinea. Quando la paura non viene zittita ma accolta. Quando il vuoto non ci spaventa più come prima. Quando smettiamo di correre via da ciò che sentiamo e restiamo abbastanza vicini da renderlo finalmente digeribile.
È lì che il corpo si rilassa, il cuore si apre un po’ di più e il cervello crea un passaggio nuovo. Capire ci cambia l’idea. Sentire ci cambia la strada.
Spesso arriviamo in terapia pieni di consapevolezze e, allo stesso tempo, trattenuti da qualcosa di profondo, come se una parte di noi fosse già pronta e un’altra restasse ancora sull’uscio con le chiavi in mano senza riuscire ad aprire.
E non c’è niente di incoerente in questo: la comprensione da sola non basta. Possiamo essere lucidissimi e non sentirci comunque pronti. Possiamo sapere esattamente cosa sarebbe meglio per noi e non riuscire comunque a farlo.
Perché il cambiamento non è un ordine mentale: è un movimento interno, lento, profondo, a volte doloroso, molto doloroso.
La terapia allora diventa quel luogo dove non ci limitiamo a capire, ma lasciamo che ciò che abbiamo capito tocchi davvero le emozioni, il respiro, le tensioni, la storia antica che ancora vive in noi. Diventa il posto dove impariamo a reggere ciò che in passato non potevamo sostenere, e dove qualcosa dentro di noi finalmente mormora: “Adesso sì. Adesso posso anche se fa paura.”
Finché restiamo solo nella testa, restiamo fermi. È quando cuore, pancia e mente iniziano a riconoscersi (e quando il nostro “condominio interno” smette di spingerci in direzioni opposte) che il cambiamento diventa possibile per davvero.
D.ssa V. Scoppio

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