Quando si imparava a memoria...


Vi ricordate di quando alle elementari ci facevano imparare le poesie a memoria? «La cavallina storna», «Il sabato del villaggio», Il «X Agosto». Questi sono tra i ricordi più belli della mia infanzia! 
Oggi invece viene considerata una cosa inutile. Superata. Eh no... non è un caso! 

Vedete, imparare una poesia a memoria ti obbliga a fare una cosa pericolosissima: a mettere in relazione! Cose, ricordi, emozioni. Significa imparare a «trattenere» mentre tutto intorno ti chiede di dimenticare. Non a caso la parola memoria deriva dal latino, e vuol dire custodire. Perché una poesia imparata da bambini non sparisce mai davvero; resta come brace sotto la cenere. In attesa di rinascere.

Naturale che la memoria non abbia più posto nel mondo di oggi, un mondo che fa di tutto per rallentare lo sviluppo del pensiero, per azzopparlo. Oblio programmato, sostituzione continua, cancellazione immediata… «L’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com'è». Perché la memoria rende liberi. Un uomo che ricorda è un uomo che pensa. E un uomo che pensa non delega tutto a uno schermo.

Ma la nostra è una società che non ha più tempo per il pensiero, la complessità e la bellezza. Deleghiamo tutto: i ricordi, le parole, perfino le emozioni! Abbiamo computer sempre più veloci e cervelli sempre più atrofizzati. Sappiamo troppo e troppo poco perché non siamo più in grado di ricordare le cose. La gente non sa più pensare. Non sa più fermarsi. E allora tutto scivola. Un video, un’idea, un’emozione: consumate e dimenticate nel giro di pochi secondi. Ma tutto ciò che è importante nella vita non scorre: RESTA

Per questo bisognerebbe tornare a imparare  le poesie a memoria. Perché qua non si tratta soltanto di ricordare dei versi, ma di tornare a dare profondità ai nostri pensieri. Senza memoria, dicevano gli antichi greci, non c’è pensiero. E senza pensiero non c’è vita. Eh sì... in un mondo che ci vuole sempre più asserviti, ricordare è l’unica cosa che fa la differenza. 

G. Middei

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