La camomilla selvatica


Chi cammina oggi lungo i sentieri di campagna, distratto dal rumore del mondo, rischia di non notarli neppure. Eppure, tra l'erba alta e i papaveri che incendiano di rosso i bordi delle strade, c’è una distesa di piccole stelle bianche dal cuore d'oro. È la camomilla selvatica, un fiore così umile da confondersi con la rucola di campo, ma custode di una sapienza che profuma di infanzia e di cure materne.

​A differenza delle piante coltivate, la camomilla dei prati ha il profumo della libertà. Cresce dove la terra è dura, calpestata, persino sassosa, quasi a voler dimostrare che la dolcezza può nascere anche nei luoghi più difficili.

​Anni fa, la raccolta della camomilla era un rito stagionale scandito dalle ore del giorno. Non si raccoglieva mai al mattino presto, quando la rugiada bagnava ancora i petali, e nemmeno la sera. Il momento perfetto era il primo pomeriggio, sotto il sole cocente, quando i capolini dorati erano ben aperti, carichi di oli essenziali e caldi di luce.

​Le donne del paese uscivano con grandi grembiuli di cotone o piccoli cesti di vimini. Ci voleva pazienza: ci si doveva chinare, selezionando fiore per fiore, recidendo lo stelo appena sotto la corolla. I polpastrelli, dopo ore di lavoro, restavano appiccicosi e profumati di un aroma dolce, aromatico, che sapeva di mela matura e di estate.

​Una volta a casa, la cucina o il porticato si trasformavano in un laboratorio d'altri tempi. La camomilla non poteva essere conservata fresca ma andava assecondata nel suo viaggio verso l'inverno. I fiori venivano  infatti stesi in un unico strato su vecchi fogli di giornale o su lenzuola di lino consumate. Venivano messi in un luogo ventilato ma rigorosamente all'ombra, perché il sole diretto avrebbe bruciato le loro proprietà.

Giorno dopo giorno, i petali bianchi si raggomitolavano e il cuore giallo diventava fragile. Quando, muovendoli con le mani, i fiori "suonavano" come carta secca, era il momento di chiuderli nei barattoli di vetro. Quella distesa di fiori sui letti o sui tavoli riempiva la casa di un profumo caldo e rassicurante. Era l'odore dell'estate che veniva messo in dispensa per i mesi freddi.

In ogni casa c’era un barattolo di vetro scuro dedicato alla camomilla. Non era solo una bevanda da fine pasto, ma la prima medicina a cui si ricorreva. Curava il mal di pancia dei bambini, calmava i pensieri dei vecchi prima di dormire, e i suoi vapori venivano respirati sotto un asciugamano per curare il raffreddore. Con l'infuso tiepido, si facevano gli impacchi per gli occhi stanchi di chi aveva lavorato tutto il giorno sotto la polvere della mietitura.

Oggi che le tisane si comprano in comode bustine sigillate al supermercato, vedere una macchia di camomilla che fiorisce testarda in un prato fa un effetto strano. È il promemoria di un tempo in cui il benessere non si cercava sugli scaffali, ma si raccoglieva a piene mani, chinandosi con rispetto davanti alla terra.


La casetta in campagna

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