L'Ostello delle anime perse😊

 


Ci sono persone che, senza saperlo, diventano l’ostello delle anime perse.

L’idea mi è venuta in seduta, parlando con una mia paziente. Un po’ sorridendo, un po’ dicendolo sul serio, le ho detto: "vedo che ha smesso di essere l’ostello delle anime perse".

E tutte e due abbiamo capito immediatamente di cosa stavamo parlando, perché certi nomi mi vengono in mente così e in un istante mettono a fuoco anni di storia...

L’ostello delle anime perse è quella persona che tiene sempre acceso il lume alla finestra. Quella che, in qualche modo, trova posto per tutti. Per chi è ferito, per chi è confuso, per chi è in crisi, per chi si è perso, per chi arriva tardi, scarico, pieno di pesi...

Non parlo soltanto di chi costruisce relazioni sentimentali basate sul salvataggio, come accade con chi adotta "orfanelli emotivi" o si sente custode cronico delle fragilità altrui. Parlo di qualcosa di più ampio e più diffuso. Parlo di chi lo fa con tutti.

Con l’amico sregolato che chiama sempre nel momento peggiore.

Con il collega incapace di gestirsi. Con il familiare eternamente in affanno. Con lo sconosciuto che dopo tre minuti racconta la vita e trova subito ascolto. Con chiunque appaia smarrito, bisognoso, affamato di presenza.

Sono persone che sembrano dire al mondo: entra, ti preparo qualcosa di caldo, riposati qui. Ti ascolto io, ti capisco io, ti aiuto io.

E questa è una qualità spesso bellissima. Dentro c’è sensibilità, intuito, compassione, una rara capacità di percepire il dolore degli altri senza voltarsi dall’altra parte. Ma quando questa non è più una libera scelta e diventa una modalità di esistenza, allora cambia tutto perché smette di essere generosità e diventa una sottile schiavitù.

Smette di essere dono e diventa un automatismo. E soprattutto smette di essere apertura agli altri e diventa impossibilità di chiudere la porta a chiunque.

Di solito questa postura verso la vita nasce presto. Nasce in bambini che hanno imparato che per avere un posto bisognava rendersi utili ed essere premurosi. Che per sentire vicinanza bisognava capire prima gli altri e che i propri bisogni potevano aspettare, mentre quelli altrui no.

E così crescono adulti abilissimi nel dare ristoro a ogni essere vivente, ma quasi analfabeti nel riceverlo. Persone capaci di leggere la fame emotiva di chiunque, ma molto meno allenate a riconoscere la propria.

Il prezzo, col tempo, è alto. Perché mentre nutrono tutti, restano digiuni, mentre ascoltano tutti, non ascoltano se stessi, mentre fanno da casa agli altri, non imparano ad essere casa per sé.

Queste persone sono meraviglie. Portano nel mondo una luce rara, fatta di sensibilità, attenzione e delicatezza. Ma proprio perché preziose, hanno bisogno di imparare a dosarsi. E questo non significa diventare dure, egoiste o indifferenti, né spegnere quella luce gentile che le abita.

Significa imparare che non ogni viandante è un loro ospite, che non ogni smarrimento li riguarda e che non ogni fame va saziata da loro. Significa comprendere che accogliere tutti, sempre e comunque, non è amore, a volte è solo il modo in cui si dimenticano di sé.

Ed è soprattutto ricordarsi questo: prima di essere l’ostello delle anime perse, dovrebbero imparare a diventare rifugio della propria. 

D.ssa V. Scoppio

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