La sacralità del riposo



Una grande e silenziosa crudeltà che stiamo perpetrando ai danni delle nuove generazioni è aver trasformato i loro primi anni di vita in un'ansiosa corsa a ostacoli, privandoli sistematicamente di quel silenzio rigenerante che permetteva alle anime dei bambini di crescere protette dal frastuono del mondo. 

Se torniamo indietro con la mente agli anni Sessanta, in molti asili nido esisteva un insegnamento che andava ben oltre l'imparare a fare di conto o il tracciare linee colorate sui fogli di carta. 

Ai bambini si insegnava la sacralità del riposo. Nel primo pomeriggio scattava un rituale magico, quasi religioso. I pastelli venivano riposti con cura negli astucci di legno. Le luci del soffitto venivano spente, lasciando che la stanza venisse avvolta da una calda penombra. Sul giradischi in fondo all'aula cominciava a ruotare lentamente un vecchio vinile, diffondendo una melodia leggerissima. L'educatrice camminava in punta di piedi sul pavimento, passando tra le file di brandine pieghevoli, e sussurrava con voce materna: 

"Chiudi gli occhi, tesoro. Adesso riposati."

Per quei bambini di un tempo, il sonno pomeridiano non assumeva mai la forma di una punizione o di un "tempo sprecato" che poteva essere investito in attività più produttive. Era una colonna portante dell'infanzia. Una parte integrante dell'educazione. Un atto di puro e autentico amore. C'era chi scivolava nel mondo dei sogni nel giro di pochi istanti. C'era chi rimaneva sveglio a guardare i riflessi del sole che si muovevano lentamente lungo l'intonaco del soffitto. E c'era chi, semplicemente, se ne stava disteso immobile, godendosi il lusso di non dover fare assolutamente nulla. In quel modo, senza rendersene conto, i piccoli assimilavano un concetto fondamentale, una lezione che la società degli adulti oggi ha completamente cancellato: 

il riposo edifica la persona.

Poi, è subentrata la frenesia. La corsa all'eccellenza. Più corsi di formazione. Più risultati da esibire. Più obblighi. Il terrore costante dei genitori che il proprio figlio possa "restare indietro" rispetto alla tabella di marcia sociale. Le brandine comode sono state accatastate nei magazzini. Le luci sono rimaste accese, fisse e accecanti. Il silenzio è stato rimpiazzato da un cronoprogramma spietato. Oggi, un bimbo di soli sei anni si trova a vivere con ritmi talmente serrati da sembrare un adulto che sostiene un esame universitario quotidiano. 

Lezioni di lingua straniera. Attività sportive agonistiche. Compiti a casa. Corse contro il tempo. Aspettative asfissianti. Paragoni continui con i coetanei. Senza una sosta. Senza un attimo di pace interiore. Senza il diritto elementare di essere soltanto un bambino.

E dopo tutto questo, ci interroghiamo ipocritamente sul motivo per cui i nostri figli siano costantemente esausti. Perché siano così irritabili e nervosi. Perché manifestino difficoltà drammatiche a concentrarsi su un unico gioco. Perché sia diventato quasi impossibile pro loro ritrovare la calma la sera prima di dormire. Forse la verità è che non sono i bambini a essere diventati "difficili". 

La verità è che abbiamo rubato loro il silenzio. 

Le vecchie maestre sapevano perfettamente che un individuo non cresce soltanto quando memorizza nozioni, corre, risponde alle domande o taglia traguardi ambiziosi. Un bambino cresce soprattutto nella quiete. Nel silenzio profondo. Nella percezione di una sicurezza totale. In quel preciso istante in cui nessuno lo sprona a fare in fretta.

E questo, a essere del tutto onesti, non è un discorso che riguarda esclusivamente l'infanzia. 

A volte anche gli studenti delle scuole superiori avrebbero un disperato bisogno di una pausa. A volte un adolescente di diciassette anni non necessita dell'ennesimo corso di nuoto o di informatica, ma di dodici ore di sonno ininterrotto. 

E a volte noi adulti non abbiamo bisogno di leggere l'ennesimo libro di autoformazione o di ascoltare un discorso motivazionale, ma di un'ora di isolamento totale, senza schermi e senza notifiche. 

Perché riposarsi non è un sintomo di debolezza o di resa. È l'unico modo per riappropriarsi della propria identità e salvare la propria anima. 

Dovremmo recuperare la saggezza elementare degli asili di una volta: non è possibile strutturare una vita sana all'interno di una corsa perenne. 

A volte, per diventare esseri umani migliori e più solidi, l'unica soluzione è fermarsi. Fare un respiro profondo. Abbassare le palpebre. E concedersi il lusso di riposare.

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