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FENOMENOLOGIA DEL CALDO PADANO
In principio fu il caldo.
E il caldo vide che eravamo felici, riposati, relativamente produttivi e dotati di una minima voglia di vivere.
E disse:
“No.”
Da quel momento la Pianura Padana smise di essere una zona geografica e divenne una gigantesca vaporiera per ravioli umani.
Perché il caldo padano non è una condizione meteorologica.
È un’umiliazione. Un’esperienza educativa. Un corso accelerato sull’inutilità dei sogni.
Esistono luoghi nel mondo dove d’estate la gente esce a passeggiare, fa jogging, organizza picnic, pratica sport all’aria aperta.
Noi no.
Noi alle due del pomeriggio guardiamo un piccione immobile all’ombra e pensiamo:
“Ha capito tutto lui.”
La caratteristica principale del caldo padano è che non arriva mai da solo.
Arriva con l’umidità.
Che non è una compagna. È una complice. Una criminale.
Una che tiene fermo il testimone mentre il caldo lo prende a schiaffi.
Il risultato è che l’aria diventa una specie di risotto.
Non la respiri. La mastichi. Senza digerirla.
Esci di casa e ti senti immediatamente come una mozzarella appena tolta dalla sua confezione.
Lucido. Morbido.
La prima cosa che muore è la produttività.
A maggio avevi progetti. A inizio giugno avevi obiettivi.
A fine giugno hai un ventilatore e un rosario.
Le tue ambizioni professionali si riducono progressivamente fino a raggiungere il livello biologico di una pianta grassa.
Non vuoi diventare ricco. Non vuoi cambiare vita.
Vuoi solo arrivare a sera senza dover cambiare mutande due volte.
Il ventilatore, in questo scenario, assume una dimensione quasi religiosa.
Nessuno sa esattamente cosa faccia.
Dal punto di vista scientifico sposta aria calda da una parte all’altra della stanza.
Dal punto di vista emotivo è tuo fratello.
Tu gli stai davanti con gli occhi chiusi e la stessa espressione che aveva Bernadette quando apparve la Madonna a Lourdes.
Sai che non ti sta salvando. Ma vuoi credere.
L’abbigliamento diventa un concetto relativo.
A un certo punto la differenza tra il pigiama, l’abbigliamento da casa e quello da cerimonia consiste nel fatto che il primo ha una macchia di gelato e gli altri due.
L’eleganza viene sospesa fino a nuovo ordine.
Le donne raccolgono i capelli con sistemi di ingegneria aerospaziale.
Gli uomini scoprono muscoli che non sapevano di avere perché ogni maglietta aderisce al corpo come pellicola trasparente su un avanzo di lasagna.
E poi c’è la notte.
La notte.
Quella straordinaria esperienza sociale in cui milioni di italiani fingono di dormire.
Ti infili nel letto pieno di speranze e dopo venti minuti sei una focaccia.
Cerchi il lato fresco del cuscino.
Non esiste.
È una leggenda metropolitana.
Come il mostro di Loch Ness o il cliente che legge davvero i termini e condizioni.
Ti giri. Ti rigiri. Ti rialzi.
Bevi. Torni a letto. Ti rialzi di nuovo. Controlli il meteo.
Mancano ancora quarantadue giorni alla fine dell’ondata di caldo.
Valuti seriamente di trasferirti in Islanda e allevare merluzzi.
Nel frattempo entrano in scena le zanzare.
Le zanzare non soffrono il caldo. Lo celebrano.
Per loro luglio è quello che Natale è per i bambini.
Hanno entusiasmo. Motivazione. Spirito di iniziativa.
Tu passi un’ora a organizzare una difesa sofisticata fatta di spray, piastrine, citronella e minacce verbali.
Loro ti pungono sul mignolo del piede.
Una sola volta. Giusto per ricordarti chi comanda.
Anche il cibo cambia completamente significato.
In inverno mangi per piacere. In estate mangi per inerzia.
Il frigorifero diventa il membro più amato della famiglia.
Lo apri anche quando non hai fame.
Lo apri per salutarlo. Per verificare che stia bene. Per stare qualche secondo insieme.
Se un elettrodomestico meritasse la pensione di reversibilità, sarebbe lui.
Eppure, nonostante tutto, resistiamo.
Con la stessa ostinazione con cui i nostri nonni attraversavano le guerre e i nostri genitori affrontavano le rate del mutuo.
Resistiamo all’afa, alle notti insonni, alle sedie incandescenti, ai sedili dell’auto che raggiungono temperature compatibili con la fusione dei metalli.
Resistiamo perché sappiamo che prima o poi arriverà quel giorno meraviglioso.
Quel mattino di settembre in cui aprirai la finestra e sentirai finalmente un filo d’aria fresca.
Ti commuoverai. Guarderai il cielo. Respirerai profondamente.
E penserai:
“Ce l’ho fatta.”
Poi arriverà novembre e inizierai a lamentarti del freddo e della nebbia.
Perché essere italiani significa soprattutto questo: sopravvivere a qualsiasi condizione climatica e trovare comunque qualcosa di cui brontolare.

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