Forte Luserna
Mettiti comodo, perché la storia del Forte Luserna (che gli austro-ungarici chiamavano Werk Lusérn) non è solo una cronaca militare. È un dramma psicologico, una storia di acciaio, terrore, ammutinamenti e di montagne che tremano.
Se sali oggi sull’Altopiano di Luserna, a oltre 1.500 metri di quota, trovi un paesaggio cimbro fatto di pascoli dolci e boschi silenziosi. Ma tra il 1914 e il 1918, quel luogo fu la soglia dell'inferno.
Ecco la sua storia, raccontata come piace a me.
Il "Padre dei Forti"
Siamo all'inizio del Novecento. L'Impero Austro-Ungarico e il Regno d'Italia sono formalmente alleati, ma nessuno si fida dell'altro. Il capo di stato maggiore austriaco, Franz Conrad von Hötzendorf, ordina di blindare il confine trentino. Nasce così una catena di fortezze d'alta quota.
Tra queste, tra il 1908 e il 1912, sorge lui: il Forte Luserna.
È un mastodonte di calcestruzzo armato e putrelle d'acciaio, scavato in parte nella roccia viva. Ha cupole corazzate spesse decine di centimetri da cui spuntano obici da 104 mm, trincee, nidi di mitragliatrici, chilometri di gallerie sotterranee. Ha persino l'energia elettrica, l'acqua corrente e il telefono. Era considerato un capolavoro di ingegneria militare, tanto da guadagnarsi un soprannome imponente: "Il Padre dei Forti".
La guarnigione, composta da circa 300 uomini, viveva lì dentro, convinta di essere al sicuro, nel ventre di un gigante inespugnabile.
Il Risveglio del Mostro (Maggio 1915)
Il 24 maggio 1915 l'Italia entra in guerra. E l'illusione di invulnerabilità del Forte Luserna dura appena quattro giorni.
A pochi chilometri di distanza, sull'altro lato del fronte, gli italiani hanno costruito il loro "Dominatore": il Forte Verena. È armato con cannoni giganteschi da 280 mm, posizionati più in alto rispetto alle fortezze austriache.
Il 25 maggio inizia il bombardamento. È un'apocalisse.
I proiettili italiani da quasi 300 chili piovono sul tetto del Forte Luserna. Il calcestruzzo, che doveva resistere a tutto, comincia a creparsi. Le cupole d'acciaio vengono centrate. Dentro il forte, il rumore è indescrivibile: non è solo il boato delle esplosioni, ma il rimbombo sordo nel cemento che fa sanguinare i timpani, la polvere che soffoca i polmoni, il buio improvviso quando salta la corrente elettrica, le urla dei feriti.
Il Dramma della Bandiera Bianca (28 maggio 1915)
Al comando del Forte Luserna c'è il tenente boemo Emanuel Nebesar. È un ufficiale tecnico, un ingegnere, non un uomo di prima linea abituato al sangue.
Dopo tre giorni e tre notti di bombardamento ininterrotto, senza poter dormire, con i gas tossici delle esplosioni che ristagnano nei corridoi, Nebesar crolla psicologicamente.
Vede le mura sgretolarsi, conta i morti e i feriti, sente che il forte è perduto e che i suoi uomini verranno sepolti vivi. Così, il pomeriggio del 28 maggio, prende una decisione drastica, una decisione che gli costerà un processo per alto tradimento: ordina di issare la bandiera bianca.
Vuole arrendersi per salvare i suoi soldati.
Due uomini escono allo scoperto e legano dei lenzuoli bianchi sulle rovine del forte. Gli italiani sul Verena vedono il segnale e cessano il fuoco, pronti a mandare le fanterie a occupare la fortezza.
Il Fuoco Amico e l'Eroe Ribelle
Ma la guerra, specialmente su quelle montagne, ha regole spietate.
Dalle postazioni austriache vicine, come il Forte Belvedere e il Forte Sommo, gli ufficiali asburgici vedono la bandiera bianca sventolare sul "Padre dei Forti". Sanno che se l'Italia prende Luserna, l'intera linea difensiva crollerà.
L'ordine del comando supremo è agghiacciante: sparate sul nostro stesso forte.
Le batterie austriache aprono il fuoco contro il Forte Luserna per impedire agli italiani di avvicinarsi e per costringere la guarnigione a togliere la resa. Luserna si trova ora bombardato da est (dagli italiani) e da ovest (dai suoi stessi alleati).
È in questo caos totale che emerge un'altra figura. Un giovane volontario austriaco, l'alfiere Otto Jöchler, insieme ad un paio di commilitoni (le fonti divergono sui nomi esatti dei compagni, ma Jöchler è il protagonista), decide di ammutinarsi contro il comandante ammutinato.
Con la pistola in pugno, Jöchler e i suoi neutralizzano Nebesar, lo arrestano, escono sotto il fuoco incrociato e strappano la bandiera bianca.
Gli italiani, vedendo sparire la bandiera, ricominciano a sparare. L'inferno ricomincia. Ma il forte, miracolosamente, non cade. La fanteria italiana, giunta a poche decine di metri dalle trincee, viene respinta dai rinforzi austriaci giunti in soccorso.
Il Forte Luserna sopravvisse a quei giorni terribili. Nebesar fu processato dalla corte marziale austriaca, ma alla fine fu graziato: i medici riconobbero che aveva agito sotto un grave shock traumatico (quello che oggi chiameremmo PTSD, disturbo da stress post-traumatico).
Nel maggio del 1916, il fronte si spostò con la Strafexpedition (l'Offensiva di Primavera) e il forte si ritrovò improvvisamente nelle retrovie. Smise di combattere e divenne un magazzino.
Se lo visiti oggi, non vedrai più il mastodonte d'acciaio. Negli anni '30, durante il Fascismo, i "recuperanti" fecero brillare tonnellate di esplosivo per recuperare tutto il ferro e l'acciaio del forte, per alimentare l'industria bellica in vista della Seconda Guerra Mondiale. Lo ridussero a uno scheletro di sassi e cemento rotto.
Eppure, in quel groviglio di rovine oggi restaurato, c'è una magia strana. Se ti infili in una di quelle gallerie fredde, lontano dal sole, e chiudi gli occhi, sembra quasi di poter sentire ancora l'eco di quegli obici lontani. È il "Padre dei Forti", ferito, smembrato, ma ancora lì a guardia della valle, come un monito muto che ci ricorda quanto possa essere fragile e disperata l'anima umana.

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