Mio papà mi ha raccontato…
Spesso ciò che ci raccontano i genitori delle loro esperienze di vita, ce lo ricordiamo in modo frammentario, per alcuni episodi, o frasi, o situazioni che ci colpiscono e quindi diventano ritagli di vita che restano più vivi nella memoria. Io ricordo una particolare vicenda che mio papà mi aveva più volte descritto, ma i particolari della storia, sono molto deboli e quindi non ho mai scritto nulla.
Un giorno, guardando tra vecchi scritti, mi è capitato in mano l’articolo che mio figlio Marco aveva portato a scuola, che parlava del periodo della Seconda Guerra mondiale e che raccontava la testimonianza del nonno. La cosa però che mi ha rallegrato è stata trovare anche i fogli che io avevo scritto a mano ascoltando il racconto di mio papà. Mi è sembrato di trovare un tesoro e, rileggendo quei fogli, mi è parso di tornare indietro con il tempo e di sentire la voce rotta di mio papà che provava a raccontare… Così ho pensato di ricopiare quegli appunti così come li avevo scritti e di rendere omaggio a mio papà, raccontando la sua testimonianza.
Era il maggio 1944, avevo sedici anni, la mia vita fino ad allora era stata difficile, ero l’ultimo di quattro fratelli e quelli erano tempi duri. Ero abituato a lavorare dove capitava, pur di guadagnare onestamente qualcosa. In quel periodo c’era scarsità di lavoro, vigeva il regime Fascista, il territorio veniva spesso “rastrellato” dai militari Tedeschi o Fascisti che cercavano i Partigiani. In caso venissero trovati, sarebbero stati deportati in Germania. Avevamo saputo che la Forestale dava lavoro a operai per procurare legna da ardere in località VAL RENZOLA - CIMA LARICI (Altopiano di Asiago).
Dal mio paese, Pedescala, partimmo in cinque uomini: Meneghini Giovanni, Pretto Matteo, Pretto Giovanni, Marangoni Vittorio e Romano. La partenza, alle tre di mattina, è tutt’altro che facile per me che sono il più giovane della squadra, anche se sono abituato alle lunghe camminate e al duro lavoro; arriviamo sul posto verso mezzogiorno, i pasti per gli operai arrivano per mezzo di un cavallo. Intanto il gruppo di uomini arrivati da varie località era al completo: trentacinque operai che dovevano lavorare nel bosco per tutta la giornata. Si lavorava così da tre giorni, quando avvenne un rastrellamento.
Si venne a sapere che erano stati rubati a Caldonazzo dei buoi e da informazioni si diceva che erano stati portati in quelle zone per sfamare i partigiani. Arrivarono i Militari (Polizia Trentina) e ci dissero di stare fermi...dopo circa quindici minuti si ferma una camion “Taurus” (fascista) rubato e guidato dai partigiani che avevano legato i fascisti. Alla vista del rastrellamento, i partigiani abbandonarono il camion e scapparono in mezzo agli operai. I tedeschi, credendo che gli operai fossero complici, intimarono al gruppo di andare contro una parete rocciosa, di mettersi in fila e fanno togliere le cinture dei pantaloni. Tutto sembra irreale, non capisco cosa stia succedendo ma, ammutolito, eseguo gli ordini. Veniamo poi riuniti e, aspettando la fine del rastrellamento, stiamo fermi per un’ora. Poi ci fanno partire scortati da due file di militari, scendiamo verso valle fino all’arrivo sulla strada che congiunge Camporovere a Lavarone (strada delle Vezzene).
Camminiamo in silenzio fino al Rifugio Vezzena, poi si prosegue fino a Lavarone. Sono stanco, ho paura, i miei piedi sono distrutti e mi fanno male, indosso le “sgàlmare” e non so spiegare come mi sento. Cosa ci succederà? Mille pensieri affollano la mia mente di ragazzo, ma sto zitto e leggo chiaramente negli occhi dei miei compagni, tanta paura… Ci caricano su un camion e proseguiamo fino a Trento dove ci portano nella Caserma Militare. È notte inoltrata, ci spingono dentro una stanza di quattro metri per quattro e stiamo così, in trentacinque persone per due giorni, senza cibo, senza niente, ammassati come bestie. Alla fine del secondo giorno, un militare Trentino ci porta un piatto di minestra (acqua sporca) e un pezzo di pane. Il pane viene diviso per tutti trentacinque e la minestra… un cucchiaio a testa! Ma prima di darci quel poco cibo, dovevamo fare cento flessioni e chi non riusciva a farle veniva picchiato e malmenato; assistevo spaventato alle botte che prendevano alcuni e con le lacrime e un groppo in gola, stavo zitto.
Dopo quattro giorni di permanenza siamo stati trasferiti in un’altra caserma dove veniamo messi in otto per stanza e lì ci diedero un piatto di minestra a testa. Qui c’è stato un allarme aereo: i militari andarono nel rifugio, mentre noi prigionieri siamo rimasti nelle celle pregando di non venire bombardati. Siamo rimasti per altri sei giorni, dopo di che ci portano alle Carceri Giudiziarie di Trento. Qui, ai minorenni, veniva dato un bicchiere di latte al giorno, così anch’io ho potuto berlo e mi pareva un sogno. Siamo rimasti lì per altri dieci giorni, siamo stati interrogati e picchiati perché creduti partigiani.
Speravamo di essere liberati, in base ai documenti che dovevano arrivare da Pedescala. Luigia e Giovanna, le mogli di Matteo e Giovanni, erano venute fino a Trento con dei viveri e qualche soldo, assieme a un interprete di nome Nicolini. Finalmente al sedicesimo giorno di prigionia ci liberarono, grazie ai documenti arrivati dal nostro paese. Comperai lungo la strada a Trento, cinque chilogrammi di ciliegie e le mangiai tutte: robe da fare un’indigestione terribile! Poi anche due gavette di minestrone mi riempirono la pancia da troppi giorni vuota… Iniziava così il nostro ritorno a casa, avevamo le “sgàlmare” ai piedi e la fatica era maggiore. Alla stazione di Trento ci avviammo verso Caldonazzo e quindi per un “strodo” detto Ansìn (Menadòr) molto difficile e pericoloso, per raggiungere Lavarone dove sapevamo c’era un paesano Carabiniere.
Alle ore 23.00 abbiamo iniziato a bussare a varie porte per cercarlo, ma ad una ci aprirono i Tedeschi con i mitra spianati! Dopo aver cercato di farci capire con tante spiegazioni, accompagnati dai carabinieri abbiamo passato la notte nella chiesa. Al mattino dopo siamo partiti verso Lastebasse, arrivati a Casotto ci fermarono i Republichini (MAS) (Salò) , dopo controlli vari, riconosciuti e liberati, arrivammo finalmente a Pedescala. Il Farmacista del paese, Giuseppe Casentini, mi disse che avevo le orecchie trasparenti… Erano giorni che non mangiavo e per un ragazzo della mia età non era stato facile sottostare a tutto quello che in quel periodo avevo passato, alla sofferenza e alla paura che avevo provato. Ancora oggi che ho 73 anni (siamo nell’aprile 2002) nella mia mente spesso tornano a riemergere quei ricordi perché sono scolpiti dentro di me, che faccio fatica a raccontare, ma che vorrei servissero a far capire alle giovani generazioni, quanto brutta, crudele, spietata e cattiva sia ogni guerra e tutto ciò che le gira intorno. Specialmente quando gli occhi di un ragazzo di 16 anni, vedono e fotografano situazioni di questo tipo, penso che fin che avrò vita, non potranno mai essere cancellate.
Romano Marangoni (Dàmari)”
Questo è il racconto che avevo scritto e ricopiandolo mi è sembrato di sentire la voce di mio papà che raccontava con fatica, mentre i suoi occhi erano lucidi... Mi è venuto in mente che tanto tempo prima, quando mio papà aveva acquistato la prima Fiat 600, ha voluto tornare nei luoghi dove era stato fatto prigioniero.
È stato commovente vederlo cercare la roccia e trovare anche la piccola sorgente d’acqua che serviva a dissetare gli operai. In quel momento il racconto sentito molte volte è diventato reale perché ad ogni passo lui ci diceva qualche particolare che aveva vissuto. Questo fatto che gli è accaduto insieme agli altri uomini, lo ha segnato profondamente e ogni volta che lo raccontava, anche a distanza di tanti anni, i suoi occhi si bagnavano di lacrime. Nel riscriverlo e nel renderlo noto, voglio ricordare mio papà e tutte quelle persone che in tempo di guerra, hanno vissuto situazioni tragiche, ma non posso fare a meno di pensare che anche ora, a distanza di quasi un secolo, ci sono tante persone che, a causa della guerra, stanno vivendo momenti terribili.
E’ proprio vero che l’uomo non impara mai, anche ai nostri giorni sembra quasi di esserci abituati a sentire parlare di guerra... Chissà se un giorno il mondo potrà veramente vivere in pace? Io spero sempre…
Lucia Marangoni (Dàmari)
Pedescala 10/04/2026

Storie commoventi, vere che lasciano un segno e fanno riflettere! Grazie.
RispondiElimina