Mangiare sano

 


Mangiare sano è una cosa buona. Prendersi cura del proprio corpo è una cosa buona. Informarsi, scegliere con attenzione, leggere le etichette, voler stare meglio… tutto questo non solo è legittimo, ma può essere profondamente utile.

Il problema è che esiste un punto in cui il “mi prendo cura di me” smette lentamente di essere cura e diventa controllo. E il controllo, quando cresce troppo, spesso smette di farci sentire liberi e comincia a farci sentire prigionieri.

L’ortoressia funziona così. Non arriva quasi mai facendo paura all’inizio. Anzi. Di solito si presenta sotto forma di “brava scelta”. Cominci magari togliendo qualcosa che ti fa stare pesante. Poi elimini gli zuccheri, poi i conservanti, poi i carboidrati “cattivi”. Poi il glutine anche se non sei celiaco, i latticini “perché infiammano”, il cibo industriale, quello trattato, quello non biologico, quello non controllabile…

E mentre fuori gli altri ti fanno i complimenti per la tua disciplina, dentro succede qualcosa di molto più silenzioso e pericoloso.

Cominci a pensarci continuamente. A organizzare le giornate attorno al cibo, a provare ansia se devi mangiare fuori, a irrigidirti se qualcuno cucina per te. A sentirti in colpa se “sgarri” e a percepire quasi fastidio verso chi mangia senza pensarci troppo.

E soprattutto inizi a sentire una strana sensazione di sollievo quando riesci a controllare tutto perfettamente.

Ed è lì che il cibo smette di essere solo cibo. Perché a quel punto non stai più mangiando soltanto in un certo modo.

Stai cercando di sentirti al sicuro.

L’ortoressia, molto spesso, non parla davvero di salute, parla di paura, di ansia, di bisogno di ordine, di un disperato tentativo di mettere a tacere qualcosa che dentro si sente confuso, vulnerabile o fuori controllo.

È come se il cervello dicesse: “Se mangio nel modo giusto, allora non sbaglio. Se mangio perfettamente, allora sono forte. Se tengo tutto sotto controllo, allora niente di brutto mi succederà”.

E attenzione, perché questa è una delle trappole più subdole. Perché socialmente questo tipo di rigidità viene spesso applaudita.

Viviamo in una cultura che idolatra il controllo, la performance, la perfezione e la depurazione continua. Quindi una persona ortoressica raramente si sente dire “stai male”. Più spesso si sente dire: “Che forza di volontà.”, “Beata te.”, “Io non ci riuscirei mai”…

Nessuno vede la fatica mentale. Nessuno vede quanto spazio occupino quei pensieri. Nessuno vede la paura dietro quella apparente perfezione.

E invece la salute vera non è vivere terrorizzati da una pizza, da una cena improvvisata o da un pezzo di torta mangiato con leggerezza. La salute vera comprende anche la flessibilità, il piacere e la possibilità di stare a tavola senza vivere ogni boccone come un esame morale.

Perché il problema non è amare il cibo sano. Il problema nasce quando il valore che attribuiamo a noi stessi dipende da quanto siamo stati “bravi” a mangiare.

E spesso, sotto tutto questo, c’è una persona molto sensibile. Una persona che sta cercando disperatamente di sentirsi pulita, adeguata, tranquilla e protetta. Come se purificare il piatto potesse purificare anche il dolore, la paura, la sensazione di non essere abbastanza.

Ma noi non diventiamo più degni perché mangiamo perfettamente. E non diventiamo “sporchi” o sbagliati perché ogni tanto mangiamo anche per piacere, compagnia, fame emotiva, stanchezza o semplice umanità.

A volte il punto non è chiedersi: “Sto mangiando bene?” Ma: “Perché ho così tanta paura di non farlo?”

Perché è lì, spesso, che comincia il vero viaggio dentro se stessi. 

D.ssa Valentina Scoppio 

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