Le ferite psicologiche infantili
Le ferite psicologiche infantili sono i segni (ferite) lasciati da esperienze che, quando eravamo piccoli o piccolissimi, non abbiamo potuto comprendere, razionalizzare o gestire, ma che abbiamo comunque sentito con tutta l’intensità della nostra sensibilità di bambini. Il modo in cui siamo stati amati (o non amati nel modo in cui avremmo avuto bisogno) diventa la matrice delle nostre relazioni con noi stessi e con gli altri. In altre parole sono come delle tracce profonde nell’anima, delle cicatrici emotive (spesso ancora aperte) che influenzano il modo in cui cresciamo, ci relazioniamo e percepiamo noi stessi.
Quando siamo piccoli, il nostro mondo è fatto di emozioni pure e istintive. Non abbiamo filtri, né strumenti cognitivi per interpretare i comportamenti degli adulti. Se un genitore ci ignora, non pensiamo che sia stanco, distratto o che stia affrontando i suoi demoni personali: crediamo che il problema siamo noi. Se un adulto ci critica costantemente, non pensiamo che forse lui stesso è cresciuto nell’insicurezza ma pensiamo di non essere abbastanza.
E così impariamo a costruire dentro di noi una sorta di corazza. Alcuni di noi diventano bambini “bravi”, iperadattati, sempre alla ricerca di approvazione. Altri si chiudono in se stessi, imparando a non aspettarsi nulla per non soffrire. Altri ancora sviluppano rabbia, un senso di ingiustizia che li porta a sfidare il mondo.
Ma in fondo, dietro a ogni reazione, c’è lo stesso desiderio: essere visti, essere amati, essere accettati per quello che siamo.
La colpa allora è dei genitori? Non userei la parola colpa, ma la parola responsabilità… si la responsabilità è dei nostri genitori o di chi si è preso cura di noi quando eravamo piccoli, va detto però che anche i nostri genitori sono stati, a loro volta, bambini con ferite.
Spesso non sono stati in grado di darci ciò di cui avevamo bisogno perché, a loro volta, non lo hanno ricevuto. Questo non li giustifica, ma può aiutarci a comprendere. Un padre emotivamente distante potrebbe aver imparato che mostrare affetto è segno di debolezza. Una madre ipercritica potrebbe aver interiorizzato l’idea che solo la perfezione garantisce l’amore.
Il dolore si trasmette da una generazione all’altra, non per cattiveria, ma per inconsapevolezza. E così, senza volerlo, portiamo avanti copioni scritti prima di noi, amiamo come siamo stati amati, soffriamo come abbiamo visto soffrire. Per questo è preziosissimo lavorare su noi stessi per diventarne consapevoli.
Cosa succede quando cresciamo e diventiamo adulti? Quelle ferite in che modo ci influenzano?
Le ferite dell’infanzia non scompaiono con il tempo ma si trasformano. Diventano il nostro modo di stare nelle relazioni, la nostra voce interiore, le scelte che facciamo.
Vi faccio qualche esempio: chi ha sperimentato il rifiuto potrebbe avere paura dell’intimità, credendo nel profondo di non essere degno di amore. Chi è stato ipercontrollato potrebbe faticare a fidarsi degli altri, sentendosi sempre vulnerabile. Chi è stato umiliato potrebbe vivere nell’insicurezza, cercando di dimostrare il proprio valore in modo compulsivo… e potremmo farne tanti di esempi…
Ci ritroviamo così adulti che portiamo dentro di noi un bambino ferito che chiede ancora di essere visto e ascoltato.
Il nostro viaggio per la guarigione prevede come prima cosa quella di accogliere quel bambino interiore, questo lavoro normalmente si fa in terapia, voglio però darvi comunque qualche spunto di riflessione per conoscere questi concetti e per potervi fare qualche domanda su voi stessi e sulla vostra storia.
Guarire non significa dimenticare o cancellare il passato (purtroppo o per fortuna, nessuno di noi può farlo) significa riconoscerlo, accoglierlo e dargli un nuovo significato. Significa dire a quel bambino interiore: "Ora ci sono io. Ti vedo, ti ascolto. Sei importante, esisti, meriti amore".
È un processo delicato, spesso molto doloroso. Significa smettere di cercare negli altri la riparazione di ciò che ci è mancato, imparando a darcelo da soli. Significa rompere il ciclo, scegliere consapevolmente di non ripetere gli schemi con i nostri figli, con i nostri partner, con noi stessi.
Forse la cosa più difficile è imparare a trattarci con la stessa dolcezza che avremmo voluto ricevere. Perché, quando siamo cresciuti nel giudizio, nella mancanza, nel bisogno, l’amore per noi stessi sembra un linguaggio straniero. Eppure, è la chiave.
È vero, non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cambiare il modo in cui lo portiamo dentro di noi. Possiamo scegliere di non lasciare che quel dolore definisca chi siamo e chi saremo. Possiamo decidere di essere per noi stessi i genitori che avremmo voluto avere.
E in questo atto di amore profondo, possiamo finalmente liberarci, trasformando il dolore in forza, la mancanza in consapevolezza, la nostra dolorosa ferita in rinascita.
Lo so, detto così sembra facile, non lo è, per questo vi dicevo che è un lavoro delicato che si fa in terapia e difficilmente i libri o altre modalità per quanto valide possono sostituire tutto quello che si fa un percorso terapeutico. Voglio provare però a spiegarvi cosa si fa in terapia per guarire queste ferite (chi ha già fatto un percorso costruttivo e positivo saprà già di cosa parlo).
Partiamo dal presupposto che lo spazio terapeutico è uno spazio sacro, è il rifugio sicuro in cui finalmente possiamo smettere di fingere di essere "forti" e iniziare a essere veri. È il luogo dove le nostre ferite possono essere viste senza giudizio, dove il nostro dolore trova finalmente un nome e una voce, dove il nostro bambino interiore può essere accolto con tutta la sua vulnerabilità.
Si comincia con il dare un nome al dolore perché molte ferite dell’infanzia agiscono nell’ombra, nascoste dietro comportamenti e schemi che sembrano parte della nostra personalità. Attraverso la terapia, iniziamo a riconoscere che la nostra paura dell’abbandono, la nostra tendenza al controllo o la nostra difficoltà a fidarci non sono semplicemente "come siamo fatti", ma risposte apprese per proteggerci. Dare un nome a queste dinamiche è il primo passo per liberarcene.
Poi si impara a sentire (le nostre emozioni) senza la paura perché da bambini, spesso non abbiamo potuto esprimere il nostro dolore. Magari ci è stato detto di "non piangere", di "non fare storie", di "non essere deboli". E così, da adulti, abbiamo imparato a reprimere le emozioni, a ingoiarle, a trasformarle in ansia, rabbia, malessere fisico. In terapia, impariamo che sentire non è pericoloso. Che possiamo permetterci di piangere, di arrabbiarci, di esprimere quel dolore rimasto congelato dentro di noi.
Uno degli aspetti più potenti riguarda il cominciare a vedere e amare il nostro bambino interiore, la terapia ci dà la possibilità di riconnetterci con il bambino che siamo stati. Quel bambino che ha sofferto in silenzio, che si è sentito inadeguato, solo, non abbastanza. La terapia ci aiuta a prenderlo per mano, a guardarlo negli occhi e a dirgli: “Ora sono qui per te. Ti vedo. Ti ascolto. Ti proteggo”.
Questo atto di amore verso noi stessi è profondamente commovente e trasformativo. (Chi l’ha vissuto sulla propria pelle lo ricorderà come uno dei momenti più belli della propria vita).
Ma perché è così importante prenderci cura di queste ferite? Perché le ferite non guarite si ripetono. Nelle relazioni, nella genitorialità, nel modo in cui ci trattiamo. La terapia invece ci può aiutare a interrompere questi schemi, a smettere di riproporre ciò che ci ha ferito. Ci aiuta a diventare genitori più consapevoli, partner più autentici, persone finalmente più libere.
La libertà arriva con la comprensione, significa accettare che i nostri genitori erano esseri umani con le loro ferite, che hanno fatto quello che hanno potuto con gli strumenti che avevano, ma significa anche riconoscere che oggi siamo noi a scegliere chi vogliamo essere. La terapia ci aiuta a liberarci dal peso della rabbia e del rancore, senza negare il dolore che abbiamo vissuto.
Ma la cosa più bella e preziosa secondo me è che in terapia impariamo a parlarci in modo nuovo. Se siamo cresciuti con una voce interiore critica, dura, severa, in terapia impariamo a sostituirla con una voce più gentile. Impariamo a dirci: "Hai fatto del tuo meglio." "Sei degno di amore." "Non devi dimostrare niente a nessuno”. Questo cambia tutto. Dentro e fuori di noi.
La terapia non cambia il passato, ma cambia il modo in cui lo portiamo dentro di noi. Ci aiuta a trasformare il dolore in consapevolezza, la paura in fiducia, la solitudine in connessione. È un viaggio che richiede coraggio, perché ci spinge a guardare negli occhi quelle parti di noi che abbiamo nascosto per troppo tempo. Ma è proprio in questo atto di riconoscimento che avviene la guarigione.
Guarire dalle nostre ferite significa infatti riconoscere che non siamo più quei bambini indifesi, soli, impauriti e in cerca d’amore. Che oggi dentro di noi c’è un adulto che ci protegge e che ha il potere di scegliere, di amarci, di costruire la vita che vogliamo.
Impariamo a smettere di cercare fuori ciò che possiamo darci dentro: amore, accettazione, sicurezza. Diventiamo i genitori che avremmo voluto avere, impariamo a trattarci con la gentilezza che ci è mancata, a costruire relazioni più sane e autentiche. Spezziamo i cicli di dolore e trasmettiamo qualcosa di nuovo, di più consapevole, a chi verrà dopo di noi.
Dentro di noi c’è ancora quella parte fragile, ma ci sono anche altre parti più mature, solide, amorevoli (il condominio interno come lo chiamo io con i miei pazienti). Quando finalmente queste parti si parlano e collaborano iniziamo ad amarci per davvero e accade qualcosa di straordinario… smettiamo di sopravvivere e iniziamo a vivere.
È sempre commovente pensarci e mi commuove scriverlo perché quando si arriva a questo punto della terapia sembra un miracolo (ma non lo è, è frutto di tanto lavoro) perché dandoci il permesso di vivere e di amare/amarci, ci sentiamo finalmente a casa dentro di noi.
La guarigione è questa. Non è dimenticare. Non è cancellare il passato o fingere che il dolore non sia mai esistito. È imparare a guardare le nostre cicatrici senza vergogna e senza paura, riconoscendo che, nonostante tutto, siamo ancora qui… che abbiamo attraversato il fuoco, siamo stati male, ci siamo disperati ma siamo sopravvissuti e pronti a prendere in mano la nostra vita con tutta la fiducia, l’amore e la speranza che meritiamo.
Se avete fatto percorsi di terapia o se vi ritrovate in queste parole mi piacerebbe sapere le vostre riflessioni. Ammetto che mi sono commossa a scrivere questo approfondimento perché mi sono passate davanti agli occhi la mia storia e quella di tutte le persone che ho conosciuto in terapia… e ho ricontattato tutti i bambini feriti che hanno imparato finalmente ad amarsi.

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