Il gelso


Nelle vecchie corti di campagna, dove le stagioni dettavano il ritmo della vita, il gelso era considerato il patriarca del cortile. Non aveva la grazia slanciata del pioppo, né la maestosità regale della quercia; il suo tronco era infatti nodoso, contorto e spesso segnato da profonde rughe che sembravano canali scavati dalla pioggia e dal sudore degli uomini.

​Il gelso aveva una particolarità che tutti nel cortile conoscevano: era l’ultimo a svegliarsi in primavera. Mentre i mandorli rischiavano i loro fiori al primo timido sole di marzo e i ciliegi si vestivano di bianco sfidando le ultime gelate, il gelso restava nudo, grigio e apparentemente addormentato.

​"Sei pigro!" gli sussurrava il vento del nord, cercando di scuoterlo.

Ma il vecchio gelso rispondeva con un silenzio profondo. Sapeva che la fretta è nemica delle cose più preziose. Aspettava che la terra fosse calda fino alle radici e che il gelo fosse solo un ricordo lontano.

​Quando finalmente decideva che era giunto il momento, il gelso compiva il suo miracolo. Le sue foglie esplodevano tutte insieme: grandi, cuoriformi, di un verde così vivo da sembrare lucide di rugiada perenne.

​Quell'albero non produceva solo ombra. Custodiva un patto segreto con i piccoli bruchi bianchi che gli abitanti del cortile allevavano nei graticci di canna. L'albero offriva le sue foglie migliori, accettando di farsi spogliare dai contadini. In cambio di quel nutrimento verde e aspro, i bruchi filavano fili d'oro e d'argento, trasformando il respiro dell'albero nella seta più preziosa del mondo.

​I bambini poi si arrampicavano sui suoi rami nodosi, con le mani e la bocca colorate di viola per via dei frutti dolcissimi e succosi, mentre i vecchi si sedevano alla sua ombra a rammendare le reti o a raccontare storie. Il gelso accoglieva tutti, forte della sua pazienza.

La casetta in campagna

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