La rivolta di Malo del 1552
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A Malo il 27 dicembre 1552 accadde forse la più nota rivolta di una comunità della Repubblica Veneta del '500 contro famiglie nobili cittadine.
A protezione della famiglia nobile Muzzan, proveniente a Malo da Vicenza, "lavoravano" i fratelli Marco e Francesco Cavazzoli che, con l’aiuto del conte Antonio Losco e del bandito bresciano Battista Cignan, opprimevano la popolazione con vari soprusi.
Diversi episodi rendono idea della loro malvagità. Ad esempio, gettavano animali morti nel pozzo comunale (un cane e perfino metà cavallo) al fine di costringere le donne ad andare a prendere l’acqua nei pozzi dei nobili, dove venivano rapite e violentate; o di notte sfondavano le porte di casa delle vedove per poterne facilmente abusare insieme alle figlie.
La cronaca riporta anche altri misfatti rimasti impuniti: furti, assalti ai carri dei mercanti, intimidazioni. Per questo era crescente il risentimento della popolazione nei loro confronti.
La rabbia crebbe dopo la notte di Natale del 1552, in cui buttarono “con la man l'acqua sancta in faza delle putte ed donne maritate” e, sempre nei pressi della chiesa, le palpeggiavano e facevano altre disonestà.
Tre giorni dopo accadde la goccia che fece traboccare il vaso. Nel pomeriggio del 27 i quattro si recarono in una piazzola allora chiamata Lovara, di fronte a dove oggi c’è la biblioteca comunale. Qui incontrarono Antonio Cadin e, per ragioni sconosciute, iniziarono un duello con i due suoi giovani e inesperti figli nel quale uno fu ucciso a colpi di spada.
La notizia si diffuse veloce in paese tanto che “le persone se fecero fuora su la strada ed ando il tumulto per tutta la Villa de Mallo dicendo che li Cavazzuoli ed il Losco avevano amazzato li fioi di Cadin”.
I banditi furono affrontati da parenti e amici dei Cadin che li accusavano “ah traditori, havete amazzati quelli poveri puti”.
I quattro si diressero verso la Piazza della Loggia (l’attuale piazza vecchia), dove abitavano, seguiti da numerose persone minacciose. Di fronte al tumulto, reagirono con un colpo di archibugio, che rese più rabbiosi e aggressivi i presenti.
I quattro cercarono rifugio nella colombara, edificio situato nelle vicinanze della piazza, temuto e odiato dagli abitanti proprio perché nascondiglio dei quattro.
Intanto, “uno puto corse in campanile et sonò la campana a martello”, per la comunità il segnale convenuto in caso di pericolo. Continuò a suonare per 5 ore, per cui accorsero in molti e la folla si fece di circa 200 persone.
I quattro iniziarono ad avere paura. Chiesero invano di sospendere le ostilità, ma la folla era fuori di sè. Qualcuno preparò della “paglia bagnata per affumentar li ditti tyranni. Et loro, credendo fusse il fuogo, saltarono zoso da li balchoni et furono amazzati”.
Il giorno dopo la famiglia Muzzan fece venire dal capoluogo un console, loro parente, per iniziare l'indagine e dare una lezione agli artigiani e contadini di Malo. La città di Vicenza, sempre pronta nel difendere i suoi cittadini nelle contese contro i villani, accusò la comunità di Malo di aver intenzionalmente voluto battere campana a martello per cinque ore di fila e di aver così sollevato “più de 200 huomeni” per ammazzare i quattro. La morte fu causata da 92 coltellate totali “cioè Marco con ferite 14, Francesco 36 et Antonio Losco 42 et detto Battista ferito e nella testa a morte.
Nel gennaio 1553 a Venezia il Consiglio dei Dieci incriminò 40 persone di Malo. Al processo, pur avendo il Consiglio dei Dieci chiaramente lasciato intendere di voler limitare le pene, condannò alla pena di morte e allo squartamento Bortolamio Di Pietro Dalla Grossa e a remare a vita nelle galere veneziane Simon di Raffaele Zacchelletto. I restanti si salvarono.
Due non si presentarono al processo, ma furono poi catturati: uno fu condannato alla decapitazione, l’altro a remare vita.
Sintesi da documento estratto da Sentieri culturali in Valleogra: “La rivolta di Malo del 27 dicembre 1552. Cronaca e storiografia del più noto tumulto anti-cittadino del Cinquecento Veneto”, di Andrea Savio.
brevistoriedascoprire

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