Sua Maestá l'ansia
GUARIRE DALL’ANSIA È POSSIBILE
La paura di vivere e le sue derive psicofisiche ed emotive…
In fondo l’ansia non è altro che paura: paura di vivere.
E l’ansioso lo sa bene. Quando assapora un po’ di benessere, vive nella continua preoccupazione che da un momento all’altro possa finire.
Quando riceve una buona notizia, teme che presto venga “sporcata” da qualche situazione avversa.
Quando sperimenta una bella stagione di vita non se la gode pienamente perché teme che improvvisamente possa finire.
L’ansioso ha paura di vivere in pienezza. Per lui la felicità è un’irraggiungibile chimera. Non riesce a godere fino in fondo delle cose. La sua inquietudine e preoccupazione macchiano tutto.
L’ansia è una brutta bestia! Sequestra la mente e invade il corpo attraverso mille pensieri negativi che provocano, nel tempo, fenomeni di somatizzazione e attacchi di panico veramente invalidanti.
Il vero problema dell’ansioso è il suo continuo “overthinking” che innesca meccanismi patologici di “oversensing” e “overfeeling”.
Il suo inconscio “irredento” produce pensieri “intrusivi” negativi, che si trasformano in “ossessivi” una volta lasciati entrare e prestatogli ascolto.
Quel continuo turbinio di pensieri genera una pesante produzione di sensazioni ed emozioni necrofore. L’effetto “domino” emozionale è devastante.
L’ansioso non riesce più a fermare la testa e bloccare i pensieri, che prendono il sopravvento e generano sensazioni corporee ed emotive limitanti fortemente la vita.
La trasformazione interiore è fondamentale per poter guarire. È inutile imbottirsi di psicofarmaci e passare la responsabilità a una compressa “salva-serenità”.
Ma cambiare “mindset” non è facile!
Nemmeno la fede riesce ad aiutare gli ansiosi più incalliti. Quelle parole di Gesù — “venite a me voi tutti affaticati e oppressi e io vi darò ristoro” oppure “sono venuto a portarvi la gioia, e che la vostra gioia sia piena” — danno sollievo per un attimo, ma poi ritornano i pensieri intrusivi e le emozioni parassita riprendono il sopravvento.
E allora cosa manca?
Manca un passaggio importantissimo: non combattere l’ansia, ma capirla, accoglierla, accettarla e imparare a conviverci. Per poi tradurne il messaggio che porta con sé e operare una trasformazione.
Trasformarla da “nemica” in “alleata”, da croce d’angoscia in sensibilità e bellezza, da sintomo fastidioso in voce amica che reclama cambiamento.
Le anime ansiose spesso sono proprio le più belle. La più sensibili ed emotive, piene di risorse interiori e ricchezza, gravide di vita che a tutti i costi spinge per venir fuori.
Perché l’ansia non è una malattia, ma una modalità di sentire. Non è un nemico, ma un messaggero… distorto, eccessivo, a volte tirannico… ma pur sempre un messaggero.
L’ansia dice sempre qualcosa di noi, del nostro modo di stare al mondo, del nostro bisogno di controllo, della nostra difficoltà ad affidarci.
L’ansioso vorrebbe prevedere tutto, evitare ogni problema, allontanare il dolore, scongiurare le malattie, proteggersi dalle perdite.
Ma la vita, per sua natura, è imprevedibile!
E qui nasce il conflitto principale tra il nostro bisogno di sicurezza e le leggi bizzarre dell’esistenza.
Più cerchiamo di controllare, più perdiamo il controllo. Più vogliamo evitare la paura, più la alimentiamo. In un devastante “cortocircuito” tra pensieri, preoccupazioni e presagi negativi.
Come scriveva Kierkegaard: “L’ansia è la vertigine della libertà”.
Guarire allora non significa eliminare l’ansia, ma cambiare il rapporto che intratteniamo con essa.
È fondamentale imparare a restare, a respirare dentro quelle sensazioni senza fuggire. Dare un nome a ciò che accade, riconoscere i pensieri senza identificarvisi.
Non tutto ciò che pensiamo è vero. Non tutto ciò che sentiamo è sano. Non tutto ciò che viviamo è foriero di pericoli.
Sono tante le tecniche e gli esercizi che si imparano in psicoterapia per convivere serenamente con questa compagna di viaggio e migliorarsi la qualità della vita.
E anche la fede - chiaramente per chi crede - può aiutare tanto. Ma non come formula magica che elimina il disagio, ma come esperienza di affidamento che capovolge gli orizzonti.
Non “fammi stare bene subito”, ma “insegnami a rimanere anche quando sto male”. Perché il vero riposo non è l’assenza di tempesta, ma sentire che in quella tempesta non siamo soli.
La guarigione è un cammino. Fatto di piccoli passi, di ricadute, di consapevolezze che maturano lentamente. Non è immediata, non è lineare, ma è possibile… e senza farraginose cure farmacologiche e iperbolici controlli medici.
La vera guarigione inizia proprio quando smettiamo di avere paura della paura e iniziamo a lavorarci su, imparando a goderci finalmente la vita con tutte le piccole cose che ogni giorno porta con se…
Carmelo Impera
Pedagogista, Psicologo e Psicoterapeuta
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