Più Sveva e meno arroganza
Sveva e il suo Geo, alla cui conduzione è talmente legata che pare impossibile pensare ci sia stato un tempo in cui il programma non esisteva, occupano uno spazio unico, quasi spirituale nella divulgazione. Un tipo di storytelling che amo definire “ecologia dei sentimenti”.
La sua strategia comunicativa non si basa sull'autorità del sapere accademico – come un Barbero - né sullo stupore dell'effetto speciale di Alberto Angela, ma sulla costruzione di un legame quotidiano con lo spettatore. Sveva è colei che modera il ritmo, che rallenta il nostro battito. In un mondo che ha sempre più fretta, lei non si limita a rallentare, lei impone la lentezza e l'ascolto, come una padrona di casa accogliente che apre le porte di un mondo arcaico in modo dolce ma assertivo.
La sua è una competenza maturata in decenni, imparando dall’esperienza e dagli ospiti a tradurre i linguaggi complessi dell'antropologia e della biologia in un linguaggio accessibile anche al pubblico di anziani in fuga dalla cronaca nera di Raiuno e Canale 5. Sveva tratta con la stessa dignità ferma e ammirata tutti i suoi interlocutori, siano scienziati da Nobel, attivisti di TikTok, o giovani pastori che hanno buttato il Master in Management dopo un terribile burnout per curare il gregge lasciato dal nonno scappato alle Canarie.
Il segreto di Sveva è l’approccio calmo, ma partecipe che trasforma l'intervista in un momento di condivisione umana. Tra i marcatori più evidenti del suo stile spicca la gestione del corpo e dello sguardo. Sveva ascolta con tutto il viso, mantenendo un contatto visivo intenso e inclinando spesso il capo in segno di empatia e comprensione. Il suo tono di voce è sempre pacato, terapeutico oserei dire, la gestualità misurata che non invade mai lo spazio dell'altro. Fenomenale la capacità di nobilitare la "provincia" e la tradizione popolare, trattando un piatto povero, un antico mestiere o il ritrovamento di una farina ormai perduta con la stessa solennità che altri riserverebbero a una scoperta archeologica. Un’attitudine che crea una zona di comfort per lo spettatore, un rifugio sicuro dove la natura e la cultura rurale vengono presentate come soluzioni armoniche al caos della modernità.
Ovviamente non è possibile, un prodotto di nicchia non potrà mai essere per tutti per definizione, così come uno stile di vita rurale è impensabile da applicare a otto miliardi di persone. Non solo, gli spettatori ammaliati dal giovane che dorme con le capre e macina l’antica farina di ossa tritate col mulino ad acqua, sono i primi a prendere la vecchia Panda dell’84 pure per attraversare la strada. Ma non fa niente, per quella mezz’ora in cui cadiamo sotto l’ipnosi di Geo tutti ci perdiamo a sognare la vita bucolica in un borgo di dodici abitanti. Il tempo della sigla del Tg3 e siamo già compatti a digitare su Amazon.
Sveva Sagramola piace perché rappresenta la stabilità e la coerenza in un mondo mediatico e non solo ormai liquido e volatile. Chi la segue, scherzi a parte, cova spesso un desiderio di ritorno alle radici e a una sensibilità ambientale che non è fatta di slogan, ma di piccoli gesti, osservazione contemplativa e quel sano attivismo che porta a essere cittadini migliori. È adorata sia da quel pubblico che cerca nella TV una funzione di compagnia discreta e istruttiva, ma anche da chi pratica uno stile di vita orientato alla sostenibilità. Chi la critica, di solito, è il nemico naturale della qualità e della riflessione, quello che accusa “il terzo canale” di buonismo – qualsiasi accidente di cosa voglia dire – e di proporre programmi che sono peggio della camomilla.
Il suo target è composto da quella "maggioranza silenziosa" che ama la natura, i viaggi di scoperta e il recupero delle identità locali. Sveva è diventata, nel tempo, una sorta di brand etico, lo spettatore non guarda Geo per essere intrattenuto in senso stretto, ma per ricalibrare i propri valori e ritrovare un senso di appartenenza al territorio. Il suo stile dolce e distante non vuole insegnare verità assolute, ma invitare alla cura del pianeta e delle relazioni umane attraverso la gentilezza, rendendo la divulgazione un atto di amorevole attenzione verso il piccolo e il dimenticato.
Insomma, quando ci tagliano la strada alla rotatoria, quando ci fregano il posto in fila alla cassa, quando arriva un odiatore a commentare a parolacce pure una foto con tua figlia, respiriamo a fondo, visualizziamo il volto di Sveva, riportiamo alla mente la sua voce e rispondiamo con un sorriso.
La gentilezza non è solo la rivoluzione soft di cui abbiamo bisogno, ma anche la peggiore umiliazione per il prepotente.
Andrea La Rovere

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