Pensiamo a quanto siamo fortunati ora

 


Fino agli anni '60, tutta la famiglia italiana si lavava nella stessa acqua — e il bambino più piccolo era sempre l'ultimo.

Non era una questione di incuria. Era la norma.

Nel 1951, l'80% delle abitazioni italiane — quasi 19 milioni su 23 — non aveva un bagno con acqua corrente. Non era un'eccezione rurale: riguardava la maggioranza del paese.

Il rito del bagno si svolgeva con una tinozza di legno o di metallo, riempita con 20-30 litri d'acqua scaldata sul fuoco, pentola dopo pentola. L'acqua non si cambiava. Si seguiva un ordine preciso, uguale in quasi tutte le famiglie: prima il capofamiglia, poi la moglie, poi i figli, dal più grande al più piccolo.

L'ultimo della fila si immergeva nell'acqua già usata da tutti gli altri: più fredda, più sporca, più scura.

Il consumo totale di acqua domestica pro capite, in quegli anni, era di 10-20 litri al giorno. Non per il bagno: per tutto. Cucina, pulizie, bucato, igiene personale. Oggi al rubinetto ne usiamo 214 al giorno, senza nemmeno accorgercene.

In dieci anni — tra il 1951 e il 1961 — la percentuale di case italiane con un bagno completo passò dal 20% al 55%. Fu il decennio del miracolo economico, e dentro quel numero c'è anche questa storia: milioni di famiglie che per la prima volta smisero di scaldarsi l'acqua sul fuoco e di seguire l'ordine gerarchico della tinozza.

Il bambino più piccolo, per secoli chiamato in dialetto "l'ultimo del mastello", fu l'ultimo ad avere acqua pulita — in senso letterale.

L'igiene domestica che oggi diamo per scontata è una conquista degli anni '60. Non di secoli fa.

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