Marco Toldo & Diego Dellai
Marco Toldo e Diego Dellai, protagonisti della 5a storica ripetizione della Via Italo-Polacca sul Burèl
Belluno, 10 aprile 2026 – “Il capocordata esce dai tetti, la Via Italo-Polacca è stata ripetuta!”
E’ questa la voce che si spande nei cieli della Val de Piero, alle 17 del 7 aprile 2026 di una giornata tersa, dai toni primaverili frammisti a languori autunnali.
E’ vero, manca all’appello la rampa finale, le lunghe gradinate di terzo grado, ma i ciclopici tetti sono ormai alle spalle, ritornati a essere un’eco mista di timore e nostalgia. La ripetizione della via regina dalla parete più enigmatica delle Dolomiti ha trovato finalmente compimento; a quarantasette anni dalla solitaria misteriosa di Riccardo Bee; a cinquanta dalla progressione, rapida seppur smezzata dal maltempo, di Kiene e Kullmann; a cinquantadue dall’invernale del duvet condiviso di Miotto e Bee; a cinquantotto dall’ascensione da manuale di Messner e Renzler. Pochissimi nomi, spesso elitari, talmente ricercati da farci intendere che su certe pareti non esistano seconde ripetizioni, ma sempre e solo prime!
Il grande Messner si spiacque di non essere arrivato l’anno prima a parete inviolata. Il nobile alpinismo polacco di Bebak, Ferenski, Zawadzki, unito a quello bellunese di Garna e Gianeselli, aveva giocato d’anticipo, disegnando una linea già creata dalla natura stessa al centro del precipizio, plasmato a guisa di pilastro strapiombante nella parte superiore, di budello in quella inferiore, di gola torrentizia nella coda finale (quest’ultima fatta una volta, poi evitata per sempre).
Era metà agosto. L’ascensione fu epica dentro e fuori la cronaca di Piero Rossi, sferzata da pioggia e grandine, dai malori di Garna e dai malumori generati dalla cordata ribelle, capitanata dal fortissimo Junger, affiancato da Brudny, Liszka e Trzaska, che, se nelle intenzioni era partita a esplorare i primi tiri sopra la cengia, nei fatti sbucò in vetta. Senza dubbio aprirono la strada verso l’alto ma sciuparono un poco l’impresa, togliendo il senso della verginità anche alla parte bassa, incappando nelle ire del capo spedizione Zawadzki e nella malasorte di una pietra finita in testa a Trzaska lungo i tiri finali.
Le pagine del Gazzettino riportarono i numeri: oltre 1400 metri di sbalzo verticale e strapiombante, 30 tiri di sesto grado frammezzati da tratti in A2, 120 i chiodi impiegati, più 11, anzi probabilmente solo 5, i famigerati chiodi a pressione necessari a scalare l’ultima parete inviolata delle Dolomiti, parafrasando Gogna. Famigerati, perché Messner li criticò e Garna gli rispose che li mise per svagarsi in sosta nell’attesa dei polacchi.
Qualità della roccia: inversamente proporzionale all’ardire dell’alpinismo moderno!
Il più poderoso dei continui crolli, che nel corso degli anni si staccarono dai tetti finendo in frantumi sulla cengia mediana, a lungo fece temere il peggio, finché un’audace esercitazione del Soccorso Alpino di Belluno nel 2023, ispirata all’incidente occorso a Trzaska, dimostrerà che la via si era miracolosamente salvata per il lasco di un metro!
Inutile negarlo, chiunque abbia bivaccato sul Burèl sa che la parete è viva, immobile eppure in movimento.
La cronaca
Alle 7.30 della mattina di Pasquetta Diego (Dellai) e Marco (Toldo), parcheggiano alla Stanga, seguono il sentiero 502 per Forcella Oderz, risalgono pale erbose, assediate da mughi e zecche, solcate da canalini assicurati da brandelli di spezzoni arcaici. Raspano in salita per tre ore e scendono nel peggiore dei terreni ghiaiosi per oltre un’ora fino all’anfiteatro ov’è l’incipit della Via Italo-Polacca e delle vie consorelle di Miotto e Bee. Ove sgorga la sacra sorgente citata da Rossi, pressoché sepolta nei detriti.
Come si suol dire, attaccano. Troveranno cinquecento metri di muro verticale, assicurati da soli cinque chiodi, intervallati da improbabili soste, bersagliati da un susseguirsi di sassaiole. La parete è pulita dalla neve, anzi pressoché arsa, ma il caldo pomeriggio di aprile le rimbalza addosso i boati delle valanghe dai Pinèi, le cime opposte della valle, che al calar della notte ricorderanno a Diego la sagoma dell’Aiguille du Midi! Le ore si susseguono tra appigli smaltati di quinti e sesti gradi. Diego e Marco toccano la cengia mediana all’estremità del tramonto e la Fratta del Moro al principio della sera.
La Fratta del Moro! Amato regno di camosci e galli forcelli, è un luogo assoluto. Chiunque affermi il contrario, legga “La notte delle fulische” di Miotto. Manca all’appello solo il pino nero, da sempre accostato alla parete, a ombreggiarla, a vegliarla, a sopendere le amache degli alpinisti, fino al giorno in cui fu divelto da una tromba d’aria che le radici non seppero contrastare.
Albeggia. Lentamente cresce il coro degli sguardi bellunesi, come non si vedevano da mezzo secolo, dalla Pala Alta, dalla Val de Piero, dalla Fratta del Moro. Si è sparsa la voce: “c’è una cordata sulla Via Italo-Polacca!”. I puntini, segnati con l’indice, salgono inesorabili, con il binocolo si distinguono i movimenti. Dopo il tiro di sesto grado su roccia cattiva (parole della relazione), le loro sagome si sovrappongono a quelle di Miotto e di Bee nella celebre foto scattata durante l’invernale. E’ l’impressione di un istante che si scompone al tiro successivo, quando Marco affronta il passaggio in artificiale sotto un tetto, lo stesso ritratto in un’istantanea dal basso, dove un polacco s’appoggia alle staffe, finita su libro Belluno di Piero Rossi. Messner sale i due tiri successivi, lo segue Renzler; Kiene attraversa a destra sui quattro chiodi a pressione, Kullmann gli dà il cambio lungo i tiri fin sotto i grandi tetti. Sono sempre loro, Marco e Diego, eppure da lontano è facile confonderli con la storia. Diego evita la fessura scorbutica di V su roccia ancora cattiva e si avvicina al misterioso ventiquattresimo tiro. Nota i resti dell’unico chiodo a espansione che Gianeselli piantò nella sua vita: una frana lo ha tranciato senza cancellarlo. Vince un tetto a suon di pietre al vento. Arma la sosta. Marco lo raggiunge e prosegue, oltre l’ardita traversata a sinistra con passaggio in spaccata e sosta in esposizione impressionante. Era il ventiquattresimo tiro!
Burel 5: verso i grandi tetti
Sono sempre più alti, ormai al vertice delle enormi fessure convergenti che calano dai paurosi tetti, dei quali persino Messner si sentì in balia. Passano via il terzo bivacco dei polacchi, sono all’apice di un alpinismo moderno-tardo-romantico, assai piacevole da rimpiangere. Attraversano una cengia esposta sull’abisso, la stessa che vide ritratto Gianeselli, con imbrago militare e giacca a vento indosso, proteso a fissare in alto, in una foto di Zawadzki. Ancora due immagini che si sovrappongono ma stavolta la parete non è inviolata e il cielo non porta tempesta!
Non sanno che toccheranno la vetta alle 20, che scenderanno al Bianchét a mezzanotte col buio pesto e la neve alle ginocchia, che lì troveranno la sorpresa di un amico: birre, salame e un biglietto! Non sanno neppure dello scambio di battute, all’indomani dell’impresa, tra colleghi di elisoccorso: “Sai di quella nuova serie televisiva, I cercatori del marcio?” gli scriverà Manuel “Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi... e che hanno cambiato la mia concezione di marcio” gli risponderà Diego!
Non è ancora tempo di scrivere, né di rispondere, mancano tre tiri di corda a superare i grandi tetti e poco importa chi sarà il capocordata, se Marco o Diego, Reinhold o Konrad, Helmut o Berndt, Franco o Riccardo. Non è facile distinguerli dal basso, sono troppo lontani e le luci sono sempre più fioche, ricordano le stelle invernali che conciliano il sonno dei primi giovani camosci tornati alla Fratta del Moro.
I due alpinisti protagonisti della 5a storica ripetizione della Via Italo-Polacca sul Burèl
Marco Toldo, classe 1987, di San Pietro Valdastico. Guida Alpina e appartenente al Gruppo Roccia 4 Gatti.
Diego Dellai, classe 1990, di Tonezza del Cimone, Guida Alpina, appartenente al Gruppo Roccia 4 Gatti, Tecnico di Elisoccorso e volontario del Soccorso Alpino di Belluno.
Ripetono la Via Italo-Polacca sulla cima del Burel nel Gruppo della Schiara (1200 metri di V, VI e A2 – 30 tiri di corda), realizzata da una cordata formata da tre alpinisti polacchi e due alpinisti bellunesi (Giorgio Garna e Gianni Gianeselli) dal 21 al 25 agosto del 1967, svoltasi in condizioni metereologiche particolarmente avverse.
Marco e Diego realizzano la quinta ripetizione il 7 e 8 aprile ’26, dopo la prima ripetizione di R. Messner e K. Renzler (1968), la prima invernale di F. Miotto e R. Bee (1974), la terza ripetizione di H. Kiene e B. Kullmann (1976), la prima solitaria di Riccardo Bee (1979).
Dopo quattro ore di avvicinamento da La Stanga, salgono la parte bassa della parete in circa 7 ore di arrampicata (550 m).
Bivaccano presso la cosiddetta Fratta del Moro, famoso bivacco a cielo aperto a margine della parete.
Il giorno seguente scalano la parte alta della parete in 12 ore (600 m). Scendono al Rifugio Bianchet per la Via Normale, interamente innevata e ghiacciata, in circa tre ore.
Gianpaolo Sani – Capostazione del Soccorso Alpino di Belluno


Grandissimi👏👏👏💪
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