Il Vangelo della Domenica
Conosciamo tutti questo racconto di viaggio alla fine del Vangelo di Luca, molto simile a quello di un altro viaggio, quello del diacono Filippo e dell’eunuco etiope, sulla strada da Gerusalemme a Gaza. In entrambi i casi vi è un discorrere intorno alle Scritture, un problema di interpretazione biblica, la richiesta di una spiegazione. Chiede Filippo al ministro Etiope, che sta leggendo il profeta Isaia: “Capisci quello che stai leggendo?” E quello risponde: “Come potrei capire, se nessuno mi guida?” (At 8,30-31).
In Atti l’oggetto del discorso è la profezia del Servo sofferente (“Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di sé stesso o di qualcun altro?”: At 8,34). Qui si tratta di comprendere il senso della morte di Gesù. Le due cose sono simmetriche, perché la profezia di Isaia è proprio la chiave di lettura anche di questa, della morte e risurrezione del Cristo. “Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù” (At 8,35).
Ma è oltremodo significativo che questa interpretazione avvenga cammin facendo, durante un viaggio. La ricerca del senso delle Scritture non avviene stando fermi o impassibili; comporta un processo, una fatica, un andare oltre le prime impressioni, richiede un esercizio di pazienza. Probabilmente è una ricerca continua, incessante, anche se, nei due casi citati, vi è sempre un approdo finale.
Due sono le parole-chiavi di questo racconto lucano, di questo cammino alla ricerca di un senso: “discorrere” (omilèo) e “aprire” (dianòigo) le Scritture. Sono le due parole-chiavi della liturgia sinagogale ebraica e poi anche di quella cristiana. Anzitutto, l’omelia. L’omelia è un discorso, ma non un monologo, è un evento comunitario. I due pellegrini di Emmaus “conversavano tra di loro di tutto quello che era accaduto”, ossia della crocifissione, della sepoltura di Gesù e del ritrovamento della sua tomba vuota.
Ricordano degli eventi appena successi, ma si interrogano insieme, costruiscono una memoria comune. Questo rende possibile la comunione con Gesù stesso, il vivente: “Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona, avvicinatosi, camminava con loro”. Proprio mentre lo ricordano, “Gesù stesso” (autòs Jesous) si rende presente, si auto-manifesta, diventa il terzo compagno del loro cammino.
Da segnalare anche il verbo “avvicinarsi” (enghìsas), che non è affatto pleonastico. È chiaro che Gesù, per camminare con loro, prima si è dovuto avvicinare, prendere il loro passo. Ma nel linguaggio evangelico, questo denota la prossimità del regno: “Il regno dei cieli è vicino, cioè si è avvicinato”, e il regno dei cieli non è altro che l’amore di Cristo, reso vivibile dall’amore fraterno.
Un’omelia, dunque: il discorso, d’ora in poi, si fa esegetico, ossia volto a scrutare le Scritture, alla ricerca del senso da dare a questa presenza, a “ciò che riguarda Gesù, il Nazareno”. Senza questo ricorso scritturistico, il loro incontro con Gesù non è ancora possibile. Lui è già presente, ma i loro occhi sono impediti di riconoscerlo.
“Disse loro: Stolti e lenti di cuore a credere a tutto ciò che hanno detto i profeti!”. Anzitutto, un bel rimprovero, ampiamente meritato: “lenti di cuore” non è solo un difetto intellettuale, ma l’avere un cuore “pesante”, come si diceva sopra: “Si fermarono col volto triste”, preoccupato, gravato dalla tristezza, di fronte alla morte sì, ma anche di fronte alla propria cocciutaggine.
E qui, dopo questo necessario rimprovero, inizia l’omelia vera e propria, la spiegazione delle Scritture: “Non bisognava forse che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” In questa precisa necessità è raccolto tutto il senso delle Scritture. Questa è la Parola di Dio in esse contenuta, che si tratta solamente di “interpretare”, di far esplodere, di scaturire.
“E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, Gesù spiegò (diermèneusen) loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”. Questa unità di tutta la Scrittura, nella sua triplice articolazione (Torà, Profeti e Scritti) è proprio l’evento realizzato dal Risorto, e ha un nome preciso, nel vangelo di Luca ed anche in ebraico: “apertura” (petichà). “Non ci ardeva forse il cuore mentre egli parlava con noi lungo la via, quando ci apriva le Scritture?” (“aprire” vuol dire “spiegare”: cf. At 17,3).
È un’unità non evidente, che richiede un processo, ma che si percepisce a posteriori, quando si perviene alla fine, come un colpo di scena. È nello spezzare insieme il pane che i nostri occhi si aprono e riconosciamo Gesù, anche se lui ci resta invisibile. L’itinerario di Filippo e dell’eunuco etiope si conclude con il battesimo; quello di Cleopa e dell’altro pellegrino, cioè ognuno di noi, si conclude con l’eucaristia. Battesimo ed eucaristia sono i sacramenti dell’iniziazione cristiana.

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