Acqua di San Giorgio, carestia di fichi


Immaginate un vecchio contadino, uno di quelli con le mani che sembrano radici, con un cappello di paglia sul capo, seduto su un muretto a secco mentre guarda il cielo che si rannuvola proprio sul finire di aprile. Si stringe nelle spalle e, con un sospiro che sa di rassegnazione, sussurra tra sé e sé:

​"Guarda lassù, quel grigio che avanza proprio oggi che è San Giorgio. La gente di città sorride e dice che la pioggia pulisce l'aria, ma io guardo i miei fichi e sento un nodo alla gola. Vedi quelle gemme? Sono appena nate. Sono ancora timide e cercano il primo vero calore per farsi polpa e zucchero. Se l'acqua le schiaffeggia adesso, in questo 23 aprile, che dovrebbe profumare di sole, il loro destino è segnato. L'acqua di San Giorgio è un bacio traditore per il fico: entra nelle fessure, raffredda il cuore dei frutti appena abbozzati e li fa cadere a terra, neri e pesanti, prima ancora che possano sognare il sole dell'estate.

È strano come gira il mondo, no? La stessa pioggia che fa ballare il grano e disseta l'orto, per il fico è una sentenza di carestia. Ogni goccia che cade oggi è un grammo di dolcezza in meno che avremo a luglio. Mi tocca guardare il cielo e sperare che passi in fretta, perché un fico bagnato d'aprile è un fico che non arriverà mai alla bocca di nessuno. La natura ti dà con una mano e, se non stai attento al calendario, ti toglie tutto con l'altra." 

La casetta in campagna

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