Tradizioni passate ancora presenti: fora febràro

 


il gruppo dei Cuochi del fora febráro





Fin dall’antichità, dai tempi più lontani, c’è sempre stata la tradizione di festeggiare l’arrivo della primavera con canti, banchetti e danze, che coinvolgevano tutte le persone, dal contadino al padrone, dal povero al ricco. 

L’arrivo della primavera segna un momento particolare: la natura addormentata si risveglia esplodendo in tutta la sua bellezza e dando inizio a un nuovo ciclo di vita. Tutto assume un aspetto diverso e ogni più piccolo stelo, fiore o foglia, è pronto a emergere con tutta la sua forza. 

Il paesaggio che abbiamo intorno, muta ad ogni stagione, ma credo che la primavera sia il simbolo della rinascita e per questo ha sempre avuto un significato speciale per l’uomo. Nei paesi della nostra valle, la fine dell’inverno veniva celebrata l’ultimo giorno di febbraio, quando con un gran falò, veniva bruciato l’inverno e tutte le sue fatiche. 

Se pensiamo ai lunghi mesi invernali, dove la neve cadeva abbondante, dove ci si riscaldava davanti al camino o nelle stalle, dove le notti avevano l’odore delle braci nella fogàra, si può capire quanto era atteso questo cambiamento. 

“Fora febràro, che marso xè qua” era il ritornello da recitare: via l’inverno col freddo e le ristrettezze per fare spazio alla nuova e bella stagione. Via le coperte pesanti, via i tabarri o gli scialli, le finestre da poter aprire per far entrare un nuovo ciclo di vita. 

A Pedescala, tanti anni fa, la grande catasta da bruciare veniva disposta sotto al “Sojo de le vigne”, quando la strada era bianca e a transitare erano solo i carrettieri, quindi non c’erano problemi e da quella posizione il fuoco poteva essere visto da tutto il paese sottostante. Nelle settimane precedenti al grande falò, tutti si procuravano gli ingredienti per costruire la grande catasta: spinàri, canàri, grangarùi, denèvre, erano il materiale che si recuperava  nel territorio. Non c’era pericolo d’incendio perché, tutti i terrazzamenti circostanti venivano coltivati e tutto era pulito e in molti si prestavano per fare attenzione al fuoco. 

In questa serata si usava maritare gli scapoli e le zitelle, formando coppie impossibili o rimettendo insieme fidanzati che si erano lasciati da poco. Le grida si alzavano verso la notte buia e tutti ascoltavano con il timore di essere burlati da queste frasi che erano sempre in rima, con i soprannomi delle persone citate, così che tutto fosse chiaro a chi ascoltava.  Le persone uscivano dalle stalle per ascoltare chi veniva maritato e in tutti c’era la speranza che la brutta stagione fosse ormai finita. 

Circa mezzo secolo fa, anche io venni maritata: si sapeva che piacevo a un ragazzo, ma io non  ne volevo proprio sapere... Quindi la frase è stata più o meno questa: “ Marso marso, da quel portòn, par maridàre Toni Badòn! A chi ghe lo volemo dare?  Ala Lucia Dàmari che la xè ancora da maridàre!” Mi ricordo che mi sono arrabbiata molto perché quel ragazzo non mi piaceva proprio, ma quello sposalizio fatto per burla in nome della nuova stagione, si è poi avverato nella vita! Ai nostri giorni questa tradizione è rimasta, anche se in qualche aspetto è cambiata; si bruciano ramaglie varie e materiale di scarto come i bancali vecchi, ci si raduna intorno al fuoco per stare in compagnia e bruciare ancora una volta l’inverno, ma le grida verso il cielo non si odono più… Ci si deve attenere alle regole con permessi vari e devono esserci persone formate per ogni evenienza perché la bellezza di un falò può avere dei risvolti negativi e la sicurezza è importante. Anche quest’anno a Pedescala, la grande catasta, preparata in località “Masi”, ha illuminato la notte dell’ultimo giorno di febbraio richiamando tante persone, adulti e bambini. Alcuni volontari della Pro Loco, hanno cotto le salsicce e preparato gustosi panini che in tanti hanno apprezzato; poi bibite e dolci per tutti, chiedendo solo un libero contributo. Grazie a chi si è prodigato per la buona riuscita della serata, ai Volontari della Protezione Civile per la loro presenza, a chi ha partecipato al corso “Alto rischio” e a tutti quelli che hanno scelto di essere presenti a un momento dove le antiche tradizioni, se pur modificate, rivivono ancora. Guardando le faville che si alzavano verso il cielo ho immaginato di vedere i volti e sentire le voci dei nostri avi, che sembravano dire: 

“Non bruciate tutto ciò che vi abbiamo lasciato, fate tesoro delle tradizioni che sono le nostre radici, la nostra storia; raccontatele e ricordatele, in questo modo resteranno vive e saranno preziose pagine di vita da conservare con cura…”

Forse è questo che dovremmo fare con le giovani generazioni: raccontare perché possano portare avanti le tradizioni passate, continuando a tenere viva la memoria anche con questi semplici momenti. A tutte le persone che nei vari paesi della Valle hanno cercato di mantenere questi frammenti di passato, va un grande GRAZIE, con la speranza che ci sia sempre qualcuno che si impegni perché tutto si svolga  con spirito gioioso e nel migliore dei modi.

Lucia Marangoni (Dàmari)                                             

Pedescala 1/03/2026

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