Obice Skoda 42 cm
Ecco la sua storia:
Nato per distruggere le corazzate.
Paradossalmente, quest'arma non venne progettata per polverizzare trincee o forti di montagna. Nata intorno al 1909 e sviluppata dalla celebre fabbrica Škoda in Boemia, doveva servire come artiglieria costiera per difendere le basi navali austro-ungariche in Adriatico (in primis la base di Pola) dalle moderne navi da guerra nemiche.
L'idea degli ingegneri era diabolica: invece di costruire cannoni tradizionali per perforare le spessissime corazze laterali delle navi, usarono un obice a tiro parabolico. I proiettili sarebbero piovuti dal cielo quasi verticalmente, bucando i ponti delle navi (che sono la parte meno corazzata) per poi esplodere all'interno della stiva.
Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914, la minaccia navale si rivelò secondaria. L'Esercito austro-ungarico si accorse invece di aver un disperato bisogno di armi in grado di frantumare le poderose fortezze di terra nemiche (russe e italiane). L'obice venne così frettolosamente rimosso dalle torrette costiere e adattato per l'impiego terrestre.
Le sue capacità erano terrificanti:
Peso del proiettile: fino a 1.000 kg (una tonnellata esatta).
Gittata: circa 14,5 chilometri.
Effetto: l'impatto di un singolo proiettile creava crateri titanici e frantumava metri di cemento armato e le spesse cupole d'acciaio dei forti. Il rumore del colpo in arrivo veniva descritto dai soldati terrorizzati come quello di "un treno merci in volo".
Un incubo logistico.
Spostarlo era un'impresa colossale. Il pezzo pesava oltre 100 tonnellate. Non si muoveva intero: doveva essere smontato in ben sei carichi separati, trainati a passo d'uomo da enormi trattori stradali Austro-Daimler (progettati nientemeno che da un giovane Ferdinand Porsche). Arrivati sul posto, i genieri dovevano scavare una grande fossa, posare una piattaforma di tiro pesantissima in acciaio e riassemblare l'obice con l'uso di paranchi. L'operazione richiedeva giorni interi di lavoro ininterrotto.
Il terrore sul Fronte Italiano.
Questi mostri, insieme ai loro fratelli minori (gli Škoda da 305 mm e 380 mm), divennero un vero incubo per il Regio Esercito Italiano. Durante l'Offensiva di Primavera del 1916 (la cosiddetta Strafexpedition), i 42 cm vennero schierati tra il Trentino e la Valle dell'Astico per martellare i forti italiani dell'Altopiano dei Sette Comuni, come il Forte Verena e il Forte Campolongo, polverizzandone le difese.
Malga Laghetto (Monte Rovere - Altopiano di Lavarone)
Questa fu la postazione del pezzo che seminò il terrore sulle fortificazioni italiane a guardia della Valdastico e della Val d'Assa. All'inizio di aprile del 1916, l'obice da 42 cm (chiamato Batterie Nr. 1) arrivò in treno a Trento. Da lì, smontato in enormi carichi, venne faticosamente trainato da trattori stradali fino a quota 1.240 metri, presso Malga Laghetto, circa un chilometro a sud del passo di Monte Rovere.
Da questa posizione perfettamente defilata, l'obice iniziò a fare fuoco il 15 maggio 1916. I suoi obiettivi principali furono proprio i possenti Forte Verena e Forte Campolongo, che vennero letteralmente squarciati dai suoi proiettili da una tonnellata.
Il secondo atto: La Seconda Guerra Mondiale.
La vita operativa di quest'arma non si chiuse nel 1918. Con la fine dell'Impero austro-ungarico, alcuni pezzi sopravvissuti rimasero nei depositi della neonata Cecoslovacchia.
Nel 1938-1939, con l'invasione nazista, la Wehrmacht tedesca li sequestrò e li ribattezzò 42 cm Haubitze(t) (dove la "t" stava per tschechisch, ovvero cecoslovacco).
Questi vecchi ma letali colossi vennero rispolverati e impiegati di nuovo durante i più brutali assedi del fronte orientale della Seconda Guerra Mondiale. Si distinsero in particolare durante il catastrofico Assedio di Sebastopoli (1942) e all'Assedio di Leningrado, riprendendo a sganciare i loro proiettili da una tonnellata oltre vent'anni dopo essere stati forgiati.
Forte Campomolon:
https://youtu.be/PUkP5GUMv8o?is=2ZwZGgdN17RcIndq
Forte Verena:
https://youtu.be/M0SNo4RqmiQ
Flores Munari

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