Il seminatore


Marzo arriva sempre con un’aria un po' irrequieta. Non è più inverno, ma non è ancora primavera. Il cielo cambia umore in poche ore e la terra, scura e umida, sembra trattenere il respiro. È in questo tempo incerto che il seminatore esce nei campi.

Cammina lento, con il passo di chi conosce ogni piega del terreno. La terra cede appena sotto gli stivali, e l’odore che sale è quello profondo delle cose vive, anche quando ancora non si vedono. Tiene il sacco dei semi appoggiato al fianco e, con un gesto antico quanto le stagioni, lascia scivolare tra le dita piccole manciate di futuro.

Non c’è fretta nei suoi movimenti. Ogni gesto è misurato, quasi rispettoso. Sa che non sta semplicemente spargendo semi, ma affidando alla terra qualcosa di prezioso. In quel movimento c’è fiducia e la consapevolezza che non tutto dipende dalle sue mani. Il cielo farà la sua parte, la pioggia deciderà quando cadere, il sole quando restare più a lungo.

Il seminatore non può comandare nulla. Può solo credere.

Ogni tanto si ferma e si china, prende una manciata di terra e la stringe piano. La osserva come si osserva un volto amato, cercando un segno o un consenso. 

Quando torna verso casa, al calare della sera, i campi sembrano identici a prima. Nessun colore nuovo, nessun germoglio a tradire ciò che è stato fatto. Solo solchi e silenzio. Eppure sotto quella superficie qualcosa ha già iniziato il suo cammino, invisibile e ostinato.

Il mestiere del seminatore è questo: compiere un gesto che non chiede applausi, affidare al tempo ciò che non si può controllare, credere nella vita anche quando non offre ancora segni.

La casetta in campagna

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