Il fiore del tarassaco
Non chiede attenzione, eppure la prende.
Sta lì, aperto, mentre tutto il resto è ancora indeciso se tornare a vivere davvero. E in quel colore così semplice c’è già un annuncio: la stagione è cambiata, anche se non te ne sei accorto.
Se lo si guarda da vicino si nota una pienezza particolare, compatta, come se la luce si fosse raccolta tutta lì, senza lasciare spazi vuoti. Forse è per questo che non sembra mai fragile.
Poi, quasi all’improvviso, si chiude.
E quando si riapre, non è più lo stesso.
Diventa una sfera perfetta, leggera, fatta di fili sottilissimi. Ogni seme ha una piccola corona, pronta a farsi portare via dal vento. È una trasformazione silenziosa, ma precisa, come certe decisioni che maturano senza essere dette.
Si diceva che non andasse mai soffiato senza pensare a qualcosa di vero.
Perché quei semi, così leggeri, non erano vuoti: portavano con sé intenzioni. E il vento, che non si vede ma sa sempre dove andare, avrebbe trovato il posto giusto per lasciarle cadere.
Qualcuno contava i semi rimasti dopo il primo soffio, cercando risposte che non osava chiedere ad alta voce.
C'è poi un dettaglio che passa quasi inosservato: quando la sfera si svuota, non resta niente di spettacolare. Solo uno stelo nudo, sottile, che sembra aver perso tutto.
E invece no. Sotto terra, la radice è ancora lì. Profonda, tenace, difficile da estirpare davvero. È questo il suo modo di restare: lasciare andare tutto ciò che si vede, e trattenere ciò che conta dove nessuno guarda.
Forse è per questo che ritorna sempre.
Non perché resista, ma perché non si aggrappa a ciò che deve partire.
Mentre l’ultimo seme si stacca e scompare nell’aria, non c’è fretta, non c’è rimpianto, solo quel gesto, quasi magico, di affidare al vento qualcosa che non può più restare fermo.
La casetta in campagna

Commenti
Posta un commento