Prima o poi capita a tutti


In certi momenti, la frustrazione prende il sopravvento. Ci senti dentro la rabbia, la stanchezza, il senso di ingiustizia, oppure semplicemente il peso di qualcosa che non riesci più a contenere.

E quando succede, c’è una parte di noi che vorrebbe subito reagire: dire, fare, ribattere, chiudere, allontanarsi, alzare la voce o chiudersi nel silenzio più rigido. 

Ma attenzione: non è “saggezza” quella che parla in quei momenti.

È la ferita, è la nostra temporanea difficoltà a gestire ciò che stiamo vivendo.

Dobbiamo fare una scelta diversa. Non dobbiamo reprimere, ma rallentare. Dobbiamo darci il tempo di capire se ciò che stiamo per dire viene da uno spazio lucido o da una ferita ancora aperta.

Perché la realtà è semplice: più sei agitato dentro, più rischi di dire cose che non pensi davvero.

Ogni volta che senti la frustrazione salire, chiediti: sto parlando perché ho davvero qualcosa da dire… o solo perché voglio sfogarmi?

Queste parole che sento urgenti… le direi anche domani? 

Posso rimandare questa reazione finché avrò ritrovato la mia calma?

Ricorda: il silenzio non è solo l’assenza di parole. È uno spazio sacro in cui l’intelligenza torna a farsi sentire, piano piano, come una voce amica che ti suggerisce cosa è davvero importante.

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