La tragedia dell'apparenza


L'esistenza moderna si dissolve in una teatralità incessante, dove l'individuo non è più soggetto della sua stessa narrazione, ma attore sottomesso alle sceneggiature altrui, iscritti nei codici della società dello spettacolo. 

L'essere, un tempo nucleo inviolabile, si svela ora in maschere, ognuna meticolosamente adattata per soddisfare le esigenze di un pubblico invisibile, ma onnipresente.

In questa dinamica, l'autenticità è rinnegata al piano dell'anacronistico, quasi come una reliquia indesiderata, incompatibile con le richieste di un'epoca che idolatra la proiezione. 

L'io interiore, carico di complessità e contraddizioni, diventa fastidioso; è più semplice vestirlo con la trasparenza malleabile delle convenzioni di mercato o dell'estetica digitale.

Questo spostamento, oltre ad essere filosofico, è profondamente etico, poiché mette in discussione il rapporto dell'essere umano con la propria libertà. 

Quando l'esistenza è soggiogata alla rappresentazione, lo spazio per la singolarità scompare. Rimane solo la conformità, un'eco vuota dell'ideale illuminista di autonomia. 

Il paradosso risiede nella libertà apparente, nell'illusione di scegliere tra le molteplici maschere offerte, quando tutte, in ultima analisi, portano allo stesso luogo: l'alienazione di te stesso.

E così il soggetto contemporaneo cammina, non in avanti, ma in cerchio, ostaggio delle narrazioni altrui e dell'incessante bisogno di convalida esterna. 

La domanda che riecheggia, impegnativa, è: c'è ancora spazio per il salvataggio dell'essenza in un mondo che ne ha reso una traccia inconveniente? O saremo, come Narciso, eternamente affascinati dalla superficie che riflette solo ciò che desideriamo apparire, mai ciò che siamo realmente?


Oliver Harden  

da: "La tragedia dell'apparenza"



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