Hoam
[Gianni Spagnolo©25B13]
Ragioniamo un po’ sul luogo dell’anima, ossia dell'importanza di avere una radice, sempre, ovunque poi portino le strade del destino.
Lo esplicitò bene Cesare Pavese, che di questo tenace filo, ineluttabile e anche doloroso, parla nel suo ultimo romanzo: "La luna e i falò". Celebre ne è diventata la frase in cui lo scrittore evoca, appunto, il bisogno di avere un "luogo nell'anima":
"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".
Un paese noi certo l’abbiamo, sia chi ci vive stabilmente, ma anche, e soprattutto, chi ha dovuto abbandonarlo sulle vie dell’emigrazione e delle circostanze della vita. Allontanamento quasi sempre subìto e non scelto, perciò spesso doloroso e lacerante, perciò capace di lasciare una nostalgia insopprimibile, nonostante tutto!
Ma cosa ci lega al nostro paese natìo, dato che è fondamentalmente questo il nostro luogo dell’anima? Pavese lo sintetizza, col talento del poeta, nelle poche e significative parole di cui sopra. Ognuno avrà però la sua particolare declinazione di questo sfuggevole ma persistente sentimento. Se lo saranno chiesto senz’altro i tanti emigranti che questa terra amara e amata, forse amata perché amara, han dovuto lasciare per disperdersi sulle vie del mondo.
Me lo son chiesto anch’io, figlio e nipote di emigranti, nonché emigrante a mia volta, cosa mi lega a questa terra e l’ho identificato in qualcosa che ai più sembrerà strano: le ossa.
Questo luogo, questo spicchio di montagne racchiuso fra l'Assa e l’Astico, conserva infatti le ossa di tutti i miei avi. Almeno 20 generazioni documentate e chissà quante altre prima. Potrà apparire macabro, ma quelle ossa sono quanto rimasto della gente che ci ha preceduto. Vite che, mescolandosi, ci han resi tutti fratelli; che con il loro lavoro hanno plasmato il paesaggio che vediamo. Resti di uomini e donne che si sono dissolti nella terra, diventando parte di essa. Terra nostra! Nessun altro posto al mondo, a ben pensarci, ha queste caratteristiche.
Raccontavano i veci, che quando costruirono il cimitero attuale dei Rìghele, poco prima della Grande Guerra, vi trasferirono le ossa esumate dal vecchio cimitero delle Fontanelle, che risaliva ad un secolo prima. Tradizione vuole, che i loro progenitori abbiano fatto la stessa operazione, traslando in quest'ultimo le ossa che erano sepolte nell’antico cimitero nei pressi della chiesa, dietro il campanile. Erano ossa frammentate, disperse e consunte, che perciò vennero collocate alla rinfusa nella terra sotto le corsie pedonali che delimitano le quattro aree a crociera destinate alle tombe. Quando andiamo al cimitero, camminiamo dunque sulle ossa dei nostri avi, sulle nostre radici, indistintamente tutti. Val la pena di rifletterci!
Certo, sono molti altri i legami che ci vincolano al nostro luogo nell’anima, e ognuno ha i suoi personali, ma sono forse quelle fragili ossa ad accomunarci tutti.
In tedesco c'è un termine: Heimat, intraducibile in italiano, che rappresenta un po’ questo luogo. Posto che non è casa e neanche patria, quanto un misto delle due accanto a molto altro, con un’accezione del tutto intima e particolare.
Parola che c’era anche nella nostra antica lingua: Hoam.
Un suono che evoca quello che nelle culture orientali è considerato il mantra primordiale che ha dato origine alla creazione.
*Questo suo libro uscì nella primavera del 1950 e di lì a poco lo scrittore trionfò al premio Strega con “La bella estate”. Nonostante questo successo, il 27 di agosto di quell’anno, Pavese si tolse la vita nella solitudine di una stanza d'albergo, a soli 42 anni.

Grazie Gianni per queste profonde riflessioni, emozionanti per me ! Mi sento coinvolta perché parte di quel “ luogo dell’anima “ !! ♥️
RispondiEliminaMi piace leggerti Gianni, sai vedere le cose da un'angolazione originale.
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RispondiElimina"Heureux qui, comme Ulysse, a fait un beau voyage,
Ou comme celui-là qui conquit la toison,
Et puis est retourné, plein d’usage et raison,
Vivre entre ses parents le reste de son âge ! "(Joachim du Bellay)
Al giorno d'oggi si nasce in un paese, da genitori emigrati da un altro paese, e poi si va vivere in un terzo paese, e forse anche in altri paesi...La vita ha cambiato molto. Dov'è la nostra "heimat" al giorno d'oggi ?
Sono tanti anni che la vita mi ha portata via per lavorare dalla mia Valle, ma torno ogni settimana perché li’ riposano tutti i miei cari . E si, li’ trovo le mie radici , incontro persone che dalla fisionomia , dicono tu sei la figlia di… l’aria è diversa, il profumo tutto attorno e’ diverso, anche se son passati tantissimi anni , sento che ecco si, questa è la mia “ casa” ed è così facile capirsi . Un paese povero, ma per me , il più bello del mondo 🌍
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