El cararmato rocolante

Proponiamo questo video su segnalazione di Domenico Sartori (Nico dai Lucca), riproponendo anche un vecchio post di qualche anno fa sempre relativo al cararmato, un marchingegno che a molti richiamerà qualche bel ricordo di gioventù.

【Gianni Spagnolo © 21II5】
Con l’esperienza maturata sul campo mi sa che avrei dovuto servire nei Carristi, invece di perdermi via come assaltatore degli Alpini. Già, perché m'ero applicato fin da bocia alla progettazione di cararmati sempre più progrediti e veloci. Capitava in quelle interminabili giornate autunnali dalla pioggia incessante, quando mia madre o mia nonna si dedicavano a tricotare o a repessare. Allora si apriva quello scrigno magico che era la casseta dei feri di ogni brava massaia: la scatola cucito.

Già la struttura di quella scatola di legno di faggio dai grandi manici, con i cassetti incernierati fra loro che scivolavano disciplinatamente ai lati durante l’apertura, era tale da attirare l’attenzione del Leonardo in erba che ero. Poi quello che c’era dentro: guce, gucini, botùni de tute le fate, pesséte, portaguce, pontapeti, rochei, .. e po l’ovo da calsa, l’uncineto, ecc.  No, non avevo la vocazione dello stilista, per carità, ma solo la periodica necessità di controllare il consumo dei fili sui rochèi. 
A ghéa a l'ocio el rochelo. 
Non vedevo l’ora che finisse, per farmelo dare per la costruzione del cararmato. Talvolta ne anticipavo l’esaurimento avvolgendo di nascosto i fili rimasti su qualche altro rochelo di colore simile. Col bianco e col nero, che allora erano prevalenti, se nava de oro, anca se a ciapàvo le mie quando me mama la se catàva col filo soncà in man.

Le mie attività di costruzione bellica non erano perciò molto ben viste in casa, anche perché poi monopolizzavano l’uso dela tola. Il rocchetto di legno di faggio, liberato da quell’inutile filo avvolto, era oggetto di attento studio per incidere le capéte sui suoi rialzi laterali. Si trattava di fare delle tape regolari col corteléto, accessorio indispensabile che ognuno di noi aveva allora in scarsèla e non abbandonava mai. Poi bisognava recuperare i ástici per la trasmissione. Lì occorreva un po’ improvvisare perché non c’erano mai della misura giusta e bisognava intorcolarli; inoltre erano spesso veci e i te restava in man da gnente.  
C’erano quei da mudanda, ma non andavano per niente bene. Infine serviva un toco de matita, na sicoléta o un fuminante per caricare per bene il meccanismo e far da timone. Per fare in modo che la potenza elastica venisse erogata in modo costante, bisognava interporre sul fascio degli elastici una rondella di cera ricavata segando una candela, a mo' di freno. Era un'arte anche saper parar torno pulito i astici, tirandoli al limite, ma evitando che si rompessero. Erano un paio gli aspetti di fisica e meccanica che condizionavano la buona riuscita del progetto: l’autonomia e la mobilità rettilinea del mezzo. In sostanza il cararmato doveva procedere diritto e fermarsi per ultimo. Si, perché il mezzo veniva messo a punto in casa e collaudato sulla tola, ma era poi nelle gare con gli amici che doveva esprimere il massimo della potenza. Per questo servivano astici boni e battistrada ben bilanciati. No ghe jéra de pèdo del cararmato chel partiva in tropa e po el svoltava suito de chive o de live, lassando i altri nar vanti driti gualivi. 

Commenti

  1. Complimenti io ancora adesso lo faccio x i nipoti il carrarmato con il rochelo di legno peccato che non si trovano quasi più come ci divertivamo cerbottane fionde fischietti fatti con L'ORNO e tante altre cose che elencare ci vorrebbe una giornata bei tempi adesso li sotituiscono i telefonini peccato purtroppo questo è il.mondo

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