Treni che vanno, … treno che viene.
[Gianni Spagnolo©26A26]
Questo periodo è denso di rievocazioni storiche: il 26 gennaio è l'anniversario della battaglia di Nikolaevka, iconico per chi ha portato la penna, il 27 è il Giorno della Memoria, ricordo dell'abdicazione dell'umanità e il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo, evento nazionale circoscritto, ma vicino e rappresentativo degli effetti collaterali della guerra. Eventi tragici legati al secondo conflitto mondiale, che fanno affiorare ricordi e riflettere.
Ho valicato il Brennero parecchie volte con mio padre, nei viaggi da o per Zurigo, dove abitavo da ragazzo. Era un diversivo alla via più classica del San Bernardino e a mio padre piacevano le alternative. Io ormai sapevo, che non appena fossimo in vista dell’ottocentesca stazione ferroviaria di frontiera, mi avrebbe raccontato di “quella volta”. Lo faceva sempre!
Nell’inverno del 1943 lui era ancora adolescente e lavorava, assieme ad alcuni operai della nostra Valle, nella costruzione delle opere di difesa dello Sbarramento Brennero, parte di quell’inutile Vallo Alpino Littorio costruito tra il 1939 e il 1943 per difendere il confine da una possibile invasione tedesca. Giusto per capire quanto si fidavano quegli alleati uno dell’altro. In quei giorni a cavallo fra febbraio e marzo del 1943, era corsa veloce tra loro una voce: “Stanno tornando gli Alpini dalla Russia!”. Era una gran notizia in quei tempi incerti e tragici che sarebbero culminati, di li a qualche mese, con la caduta del regime.
Ben 200 tradotte erano partite la primavera precedente per la Russia. Piene di ragazzi ventenni baldanzosi, col cappello in cro’, le fanfare e accompagnati dalla prosopopea imperiale littoria. Circa 46.000 alpini inquadrati nelle tre divisioni: Cuneense (1°+2°RA+4°RAM), Tridentina (5°+6°RA+2°RAM) e Julia (8°+9°RA+3°RAA),.. Insieme a 150.000 militari di altre formazioni. Ne bastarono appena 17 a rimpatriare i superstiti con addosso i segni silenziosi della disfatta. Corpi consumati dalle privazioni, arti fasciati a coprire i congelamenti, abbigliamento informe e rabberciato con residui di grigioverde, parti di abiti civili e di divise tedesche.
Pochi cappelli alpini superstiti dai quali evincere dal fregio il numero del reggimento e indovinarne le valli di reclutamento. Qualche numero basso della Cuneense, chiamata la divisione martire (ne rientrarono appena 1.300), frammisto a quelli alti della Julia (3.300 superstiti). Queste due divisioni vennero praticamente annientate, dopo accaniti combattimenti, per contenere lo sfondamento a sud della sacca e difendere il ripiegamento dell'armata.
Non ci furono comitati d’accoglienza, solo i carabinieri di presidio, ufficiali che smistavano i convogli e la Croce Rossa a distribuire brodo caldo, pane e coperte e a rifasciare ferite con garze pulite. E quei pochi operai, uomini e ragazzi non idonei dalla leva, lì, attoniti, a vederli passare.
Quello che aleggiava su tutto, raccontava mio padre, era il silenzio; un silenzio gelido, irreale. Barbe lunghe, volti scavati, piedi congelati, mani nere e silenzio ostinato. Nessuna voce, solo tanti occhi grandi e scavati che si guardavano intorno, resi tali dagli stenti e dalla disillusione. Ecco anche la Tridentina, artefice dello sfondamento di Nikolaevka che permise l’uscita dalla sacca. Sono più numerosi e messi un po' meglio, ma con gli stessi sguardi persi. Loro hanno lasciato nella steppa più della metà degli effettivi. Non sono agevolati i contatti; al regime non garba che si sappia della tragedia che si è consumata sul Don. Li manderanno agli ospedali ed ai centri di smistamento divisionale per rimetterli un po’ in sesto prima di farli rientrare ai loro paesi. Faticheranno a riconoscerli anche le loro madri.
Qualche anno prima, commentando l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, mia nonna aveva detto a mio padre: Deograssia, Bepi, che no te ghe gnancora cuindese ani e sta guera te la vedarè pena passare!
Non fu così!
Già nell’autunno di quell’anno al Brennero, fu arruolato col Bando Graziani e spedito sulla Linea Gotica. Disertò, fu fatto prigioniero e deportato dai tedeschi, riuscì a scappare e tornare fortunosamente a casa. Ma non era finita! Lì bisognava scegliere da che parte stare: con i Repubblichini o con i Partigiani, non c'erano alternative. Entrò nei GAP e assistette alle tragiche vicende che coinvolsero la nostra Valle in quei brutti mesi che portarono finalmente alla fine del conflitto.
Mio padre odiava visceralmente la guerra e le armi, a differenza mia, che ne ero affascinato dai fumetti, dai libri, dai film bellici e western. Mia madre aveva il divieto assoluto di comprarmi armi giocattolo, così le barattavo con gli amici, pur sapendo che poi sarebbero misteriosamente sparite. Allora me le facevo di legno; ero diventato bravino in questo. Ci misi una settimana a costruire un fucile di legno, con la canna addirittura forata, con cane e grilletto mobili, bellissimo! Mio padre me lo strappò nervosamente dalle mani e me lo spezzò con il ginocchio davanti agli occhi. A ghinò visto massa! Disse, senza aggiungere altro. Ero già grandicello quando presi una camicetta estiva, nera e con le maniche corte, niente di marziale o simbolico, una cosetta di moda. Appena mi vide, mi guardò torvo dicendomi perentorio: Càvetela do imediato! Fin ca son vivo mi a no vui védarte in camisa nera!
La guerra lascia ferite che non si chiudono con la pace, ci vogliono poi un paio di generazioni a guarirle. Questo mio padre lo sapeva, perché era nato poco dopo la fine del primo conflitto mondiale ed era stato allevato, come tutta la sua generazione, da un regime che la considerava igiene del mondo.
Qualche lustro fa, mi ritrovai per lavoro in Ucraina, ai confini con la Russia e scoprii che la domenica si tenevano nelle cittadine dei mercatini delle pulci. Lì, fra icone e artigianato locale, offrivano una varietà incredibile di articoli militari della seconda guerra mondiale. Ne visitai alcuni trovando tantissimi reperti, prevalentemente tedeschi, perché in quella zona c'erano le loro 4a e 6a Armata, che insidiavano Stalingrado. Non solo militaria, ma anche documenti, lettere, cartoline, diari, ruolini di marcia, effetti personali, foto, medaglie, oggetti devozionali, libri, ecc. Pensavo a quanto potessero valere quelle cose per le madri, le mogli o i figli dei proprietari di quei reperti, che sicuramente a casa non erano tornati. Pensavo a mia zia Maria, che attese tutta la vita il ritorno del suo Piero, disperso nella steppa. Delle nostre truppe trovai ben poco, qualche inconfondibile caricatore del '91, un tabarro tarlato con le mostrine verdi, qualche giberna e dei berretti da ufficiale. La linea del Don passava un centinaio di chilometri più a nord e non ebbi modo di andarci. Chissà cosa avrei potuto trovare lassù.

Bentornato Gianni
RispondiEliminaBentirnata Carla e Bentornato Gianni con gran piacere vi leggo.
RispondiEliminaGrazie per la ripresa del blog.
Francesco
Giulio
RispondiEliminaGrazie Carla , grazie Gianni per fare rivivere Bronsescoverte, mi mancava enormement, perche ogni mattina la prima cosa che faccio : Café e schiaccio Bronsescoverte e cosi !!! Grazie ancora a voi due; Avro modo di esprimermi , tanto piu che Gianni parte forte con un appassionnante articolo di una epoca non molto lontana.
Gianni, ci sei mancato. Un ritorno alla grande con questo ricordo alpino.
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