Se le croci si portassero in piazza, ciascuno riprenderebbe la propria

 


Se le croci si portassero in piazza e venissero deposte una accanto all’altra, sotto la luce chiara del mattino, forse ci fermeremmo a osservarle in silenzio, come si guarda qualcosa che non si era mai avuto il coraggio di nominare. Resterebbero lì, esposte allo sguardo di tutti, e per la prima volta il dolore non avrebbe più pareti né porte chiuse dietro cui nascondersi.

All’inizio potremmo credere che alcune siano più leggere, che altre si possano sollevare con meno fatica. Ma basterebbe avvicinarsi, sfiorarne il legno, per intuire che ogni croce ha preso la forma precisa delle spalle che l’hanno portata e custodisce una storia che solo chi l’ha vissuta può comprendere fino in fondo. Il peso non sta soltanto nella materia, ma nei ricordi che vi si sono appoggiati sopra, nei giorni che l’hanno resa familiare.

Camminando tra quelle croci disposte al centro della piazza, accadrebbe qualcosa di inatteso: riconosceremmo la nostra. Non perché sia la più piccola o la meno gravosa, ma perché parla la lingua del nostro cuore e conosce il ritmo del nostro passo. E allora, quasi con sollievo, ci chineremmo a riprenderla, comprendendo che nessun carico altrui potrebbe adattarsi davvero alla nostra strada.

Così torneremmo verso casa con uno sguardo diverso, più attento e più mite, sapendo che ogni volto incontrato porta con sé un peso silenzioso e che la piazza del mondo, anche quando sembra luminosa, è attraversata da storie che chiedono soltanto di essere comprese. 


La casetta in campagna

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