Mòcoli (7) le Funsiòn e la Siesento
Non so se, da qualche parte dell’universo mondo cattolico, s’è mantenuta la tradizione dei Vespri festivi. Ai tempi della nostra militanza canonica si tenevano a metà pomeriggio della domenica, nonostante siano per eccellenza la preghiera del tramonto nella Liturgia delle Ore.
Era perciò l’appuntamento fisso delle domeniche pomeriggio, almeno per noi mocòli della Piazza. Non era solo la devozione o lo spirito di servizio a farci attendere alle Funsiòn - era così che si chiamavano nella nostra parlata - quanto la possibilità di estorcere al parroco una bella gita a cerimonia finita. Col bel tempo la presenza era perciò folta e garantita.
Don Francesco era parroco da poco e quelle gite gli consentivano di conoscere un po’ il territorio circostante, così come a noi che altrimenti ci potevamo spostare solo a piedi, nella scarsa motorizzazione di allora. Ecco allora che la sua Seicento azzurrina dai sedili rossi, quella con gli sportelli che si aprivano ancora controvento, diventava il provvidenziale mezzo dei nostri primi viaggetti fuori porta.
Più che altro erano dei fuori parrocchia, dato che si andava su in Rotzo, a Luserna, in Tonezza, o Rentolà, che per noi erano comunque distanze siderali. Il Don era un brav’uomo e ci assecondava volentieri, pur facendoci scientemente penare, ma era anche un pezzo d’uomo. Occupava da solo oltre metà dello spazio interno della vettura, tanto più che guidava in talare e tricorno. Nello spazio restante entravamo noi, in quattro, cinque e talvolta anche in sette. Valeva quindi la pena di sorbirci le Funsiòn, che per il nostro comprendonio di allora erano piuttosto noiose nella monotona ripetizione di salmi e litanie.
Non c’era perciò molto da fare, dato che la celebrazione si riduceva ad uno scambio dialogico tra i fedeli e il celebrante. L’evento topico era alla fine, con la solenne esposizione Santissimo fra canti e turibolamìnti. C’era quindi tempo modo di perder l’oca anche per noi mòcoli.
In chiesa erano stati cambiati da poco i banchi e gran parte di quelle insulse e snaeiànte sedie pieghevoli e erano state accatastate dietro l’altar maggiore in una informe e instabile piramide. Lo stretto passaggio che immetteva dietro il coro dalla sacrestia era un po' fuori della vista dei fedeli, per cui vi si poteva transitare liberamente. L’occasione era quindi ghiottisssima per arrampicarsi in cima alla catasta di sedie, sbirciare la navata da dietro la croce bronzea del tempietto centrale, sopra il basamento in marmo giallo che sovrasta il Tabernacolo e, magari, attirare l’attenzione delle tose del dietro alle suore.
L’arrampicata in cotta e tonaca su quelle sedie richiedeva quel tanto di coraggio e audacia che ci attizzava, oltre a condurci su vette sacre e inviolate. Lassù ai Piani Alti, però, non poteva essere certo avallata cotanta irriverente e proditoria impresa, tant'è che la catasta crollò miseramente non appena qualcuno tentò d'affacciarsi all’edicola sommitale.
Il frastuono fu tale che spostò persino l’accento del vèsparo, che diventò subito un vespàro. Un brusìo di spavento si alzò infatti dai fedeli, mentre prete e sacrestano tentavano di realizzare l'accaduto. Nonostante le botte della fragorosa caduta, l’istinto ci mise prontamente in piedi e ci fu tempo sufficiente per far finta di mettere a posto il marasma di sedie ed elaborare una tesi difensiva.
La pila era crollata semplicemente perché era stata fatta male!
Però non sono del tutto sicuro che sia andata proprio così!.

Di don Francesco non si può dimenticare il dolce sorriso.
RispondiEliminaQuanti anni sono passati e quanti ricordi grande Koscri
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