Il paradosso della sostenibilitá
La sostenibilità è diventata uno degli imperativi più forti del nostro tempo. Ogni scelta - economica, politica, progettuale - è ormai filtrata attraverso la lente del “green”, del “sostenibile”, del “compatibile con l’ambiente”. Eppure, più ci addentriamo nella cosiddetta transizione ecologica, più ci rendiamo conto di quanto il percorso sia intrinsecamente contraddittorio.
Il paradosso è lampante: per produrre energia pulita servono infrastrutture sporche. O, quantomeno, impattanti.
Ne è un esempio attuale il caso di Sorgenia, tra Marcallo con Casone, Ossona e Santo Stefano Ticino, che ha avviato una semplice procedura di verifica di assoggettabilità alla VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) per un nuovo impianto energetico grande come 150 campi da calcio. Non stiamo parlando della costruzione dell’impianto, ma di una fase preliminare di studio. Eppure, la notizia ha già innescato proteste accese da parte di cittadini e movimenti ecologisti. Si sono sollevate voci indignate, comitati locali, appelli contro lo “sfregio al territorio”.
E qui il cortocircuito si fa evidente: gli stessi movimenti che da decenni denunciano la dipendenza dai combustibili fossili, che chiedono con urgenza una transizione verso le energie rinnovabili, oggi si oppongono a ciò che quella transizione implica. Non vogliamo più petrolio, carbone o gas. Ma nemmeno vogliamo impianti fotovoltaici nei campi, pale eoliche sui crinali, centrali a biomassa nei pressi dei paesi. Vogliamo una transizione energetica “green”, ma senza pagarne il prezzo materiale, estetico, ecologico e culturale.
È un cane che si morde la coda.
La verità è che ogni forma di produzione energetica - anche la più pulita - ha un impatto. L’energia non si crea dal nulla, "non la producono gli elfi nel bosco incantato".
Anche una batteria ricaricabile ha dietro di sé miniere di litio, filiere industriali, trasporti transcontinentali con navi a gasolio o aerei a kerosene. Anche un pannello solare ha bisogno di silicio o metalli rari e, soprattutto, di spazio. E lo spazio, nella maggior parte dei casi, è territorio agricolo, naturale, abitato.
Il sogno di una sostenibilità a impatto zero è, allo stato attuale, ancora irrealizzabile. Non perché manchi la volontà politica, ma perché le tecnologie non sono ancora pronte per soddisfare i nostri bisogni energetici senza lasciare impronte.
Pensiamo per esempio alla differenza tra il computer degli anni ’70 e un moderno smartphone: cinquant’anni fa, per ottenere la potenza di calcolo che oggi portiamo in tasca, serviva un’intera stanza di server. Oggi, la miniaturizzazione e l’efficienza hanno rivoluzionato l’informatica. Ecco: la vera transizione ecologica avverrà quando potremo produrre energia con lo stesso salto tecnologico, quando le centrali saranno più piccole, i pannelli più leggeri, le batterie più durature e sostenibili.
Nel frattempo, però, stiamo cercando di anticipare i tempi. L’Unione Europea, con le sue ambiziose - e troppo spesso ideologiche - politiche ambientali, impone obiettivi sempre più stringenti: riduzione delle emissioni, divieto di vendita di auto a combustione, standard energetici sempre più severi per edifici e industrie, senza peraltro avere alcun effetto concreto sul clima, che non dipende ovviamente dalle nostre emissioni.
Fatto sta che a questi obiettivi non corrispondono ancora strumenti adeguati. Le imprese arrancano, i territori protestano, i cittadini si trovano stretti in una morsa di rincari e vincoli. È come se volessimo costruire una casa di cinque piani con una struttura fondante che ne regge a malapena uno.
Ecco perché oggi, più che accelerare, servirebbe fermarsi a riflettere. La sostenibilità non può essere solo una bandiera ideologica. Deve essere un equilibrio tra obiettivi e mezzi, tra desideri e possibilità, tra impatto e beneficio. Serve un’ecologia della complessità, capace di tenere insieme i dati scientifici, le esigenze del territorio, le tecnologie disponibili e la dimensione sociale delle scelte.
Il caso Sorgenia, da questo punto di vista, è emblematico. Non basta dire “vogliamo energia pulita” se poi non si è disposti ad accettare ciò che quell’energia richiede. Altrimenti si finisce per opporsi a tutto e il risultato è uno solo: rimanere fermi, ancorati a un sistema energetico vecchio, costoso e inquinante, ma al quale ci si rifiuta di trovare alternative reali.
La transizione ecologica sarà davvero tale solo quando sapremo fare di più con meno. Quando, come per i computer, anche l’energia diventerà leggera, diffusa, silenziosa, proprio come quella nucleare che ci arriva dal Sole e che ci fa vivere ogni giorno. Fino ad allora, ogni decisione dovrà essere ponderata, negoziata, contestualizzata.
Perché il green, da solo, non basta. Serve una sostenibilità pensata con la testa, non solo con il cuore. E non è ancora arrivato il momento.


prima di pubblicare , bisogna sapere un pò di pratica già sperimentata. la produzione di silicio puro comporta tanto, ma tanto inquinamento. Una delle industrie più inquinanti. Pannelli solari a gogò sulle pianure, sono bersaglio facile della grandine-mandarina, distrugge pianure di pannelli solari, che vanno smaltiti prima di venire rimpiazzati, Lo smaltimento è un problema ancora più grande della costruzione del pannello solare, costosa più della prima fornitura. Tanto che i privati ( già successo in provincia) non smaltiscono, seppelliscono. Oppure li lasciano sul tetto, e li ricoprono con tegole. Gli ambientalisti protestano, ma se sapessero la verità farebbero una guerra??
RispondiEliminaGiulio
RispondiEliminal’Energia nucleare non e alimentata dal sole,ma da una combustione di Uranio seguita da una formula molto molto complicata dopo dei quali gli reattori nucléari fabricano e distribuiscano l’energia detta nucléare. Era una precisione che si deve fare su l’articolo del paradosso della sostenibilita,ma li ci sarebbe troppo da dire ,perche siamo tutti colpevoli e vittime; Tutti consumiamo energia, percio,abbiamo anche il diritto di riflettere.